17 febbraio 2020
Aggiornato 17:00
Movimento 5 Stelle caos assoluto

M5s: dall'uomo nuovo all'uomo a caso, la post ideologia del tutto e niente

Siamo un po’ tutti come il soldato Joker di «Full Metal Jacket», che indossava un elmetto recante la scritta «Born to kill» – nato per uccidere – di fianco al simbolo della pace

TORINO - Narra Omero che gli dei dell’Olimpo, riunitisi per decidere dello scontro fatale fra Ettore e Achille, non trovando un accordo, stabilirono di lasciare la decisione finale al Fato, ovvero l’entità superiore alla volontà divina. E così Achille, fuori dalle mura di Troia, sconfisse e uccise Ettore di fronte agli occhi del padre Priamo: il corpo senza vita fu poi trascinato attaccato ad una biga nella polvere sotto le mura di Troia. Questa era la volontà del Fato. Luke Rhinehart, psichiatra, vivente, nel suo lontano passato è stato «l’uomo dei dadi». Di lui ha scritto Emmanuel Carrère, scrittore francese, genio della letteratura, che ha recuperato la storia di un uomo considerato, dai più ma non da tutti, pazzo. Luke Rhinehart, in una serata alcolica degli anni Settanta, dopo una fragorosa partita a poker andata male, vide un dado e decise di lanciarlo. Qualora fosse uscito il tre sarebbe sceso al piano di sotto e sarebbe saltato addosso alla vicina di casa. Anzi, nel suo libro scrive «violentare». Uscì il tre, e così fece: i due divennero amanti e lo restarono per molti anni. Luke Rhinehart decise di incardinare la sua vita intorno al caso, al Fato, e da quel momento tutte le decisioni più importanti le delegò al lancio dei dadi. Fu un esperimento distruttivo e folle, che però aveva una chiave di lettura scientifica molto affascinante: dentro gli esseri umani si affollano molteplici «io», ma solo uno è predominante. Gli altri sono repressi, e questo porta al male di vivere. Questo per ragioni di carattere culturale e sociale che tendono verso la stabilità civile: i dadi, il caos, avevano il compito di dare voce a tutti gli io «alternativi» che albergano dentro di noi. Farli vivere, dargli spazio, anche se questo costava immensi costi sociali e umani. Il suo esperimento, durato anni e vissuto in prima persona, lo descrisse in un libro dimenticato: «L’uomo dei dadi». Una lettura straordinariamente inquietante sulla dualità, come minimo, dell’essere umano: un concetto junghiano. Rhinehart diceva, in poche parole: siamo un po’ tutti come il soldato Joker di «Full Metal Jacket», che indossava un elmetto recante la scritta «Born to kill» – nato per uccidere – di fianco al simbolo della pace.

Fascio comunismo
Mi è sovvenuto il ricordo di quella lettura, e di quel film, e dell’Iliade, di fronte alle parole di Luigi di Maio, che ha inquadrato la post ideologia 5 Stelle come la facoltà di essere un po’ Almirante, un po’ Berlinguer, un po’ Fanfani o Andreotti. Coerentemente con tale teoria, il candidato in pectore alla presidenza del Consiglio del M5s ha detto che non è affatto vero quanto ha detto l’altro giorno su Berlinguer a Almirante. Chi si scandalizza per questa concezione culturale lussureggiante non ha capito nulla della post ideologia, che in definitiva è dare spazio a tutto ciò che si muove dentro di noi, esattamente come tentò di fare il dottor Luke Rhinehart. La vera libertà è, secondo il M5s, non essere. Non, essere qualcosa o qualcuno. Qualcosa di veramente «oltre», rivoluzionario. Quindi se oggi sei un fascista questo non rende impossibile che domani tu possa essere un comunista, e magari dopodomani seguire Osho, per poi passare al calvinismo e concludere come un mentalista convinto. Non essere nulla di preciso per essere tutto: un panteismo dell’intera cosmogonia umana, dipendente dall’umore, dal tempo, da chissà quali altri fattori. Questa è la vera libertà. Noi italiani non siamo pronti per questo passaggio rivoluzionario, non siamo pronti per questo salto di civiltà.

Post ideologia a Torino
Un piccolo assaggio della post ideologia lo si sta vedendo Torino, dove la sindaca è stata eletta con i voti dell’estrema sinistra – senza i quali non avrebbe vinto – ma poi appena eletta ha portato avanti una politica uguale a chi la precedeva. Questo è giusto e legittimo in virtù dell’ideologia post ideologica: ha fatto bene. E io la sostengo. Chi l’ha detto che il programma elettorale abbia un valore? Sono parole e basta, espresse in un momentum: esiste un momentum infinito? In termini semantici è un ossimoro. Così, dopo aver sostenuto la Questura, solo una settimana fa dopo le prime scaramucce con i centri sociali della città, definendo la resistenza di chi si è opposto ai controlli come «incivile e inaccettabile», e manifestando piena solidarietà alle azioni di polizia che tentano di riportare il primato della legalità, ieri ha scaricato la Questura che aveva capito che quelle parole fossero un avallo politico per ritornare in forza in piazza al fine far valere l’ordinanza anti abusivi votata dalla maggioranza 5 Stelle. Una visione, quella della Questura, ideologica, appunto. Un’interpretazione anti storica, secondo cui esisterebbe una supposta, sedicente, relazione tra le parole e il loro tempo di vita. Qualcosa di cui ormai tutti ridono. Questo perché la Questura, retrograda, non ha capito cosa è la post ideologia, non ha capito che la scorsa settimana era il tempo dell’ideologia Almirante, mentre ieri – dopo il macello di piazza santa Giulia e l'incredibile abisso di consenso – invece era il tempo di Toni Negri. È giusto, coerente con l’ideologia post ideologica. Se non lo capite non siete moderni, siete schiavi di schemi ideologici novecenteschi. Non è affatto legittimo pensare che quanto dico oggi possa essere ciò che sosterrò domani. Chi l’ha detto? Perché mi volete ingabbiare dentro questi schemi che limitano la mia libertà? Uno se è post ideologico lo è fino in fondo, in maniera coerente. Quindi, dopodomani, sulla vicenda della movida molesta ci potrebbe essere un’altra posizione ancora: che so, magari per l’unione tra centri sociali e Polizia contro i Carabinieri.

Matematica contro retorica
Ora, tornando seri: la retorica della post ideologia, applicata sul campo come a Torino, appare come un ottimo strumento di propaganda quando c’è da distruggere un avversario politico. Da un punto di vista matematico ci si trova dentro una dinamica «vinci-vinci». Qualunque cosa si dica va bene, perché accontenti una parte dell’elettorato. Tanto sono parole, ed è cosa nota che si fa più attenzione a valorizzare quelle che ci piacciono e ci confortano, mentre le altre vengono rimosse. E poi, appunto, le parole volano via. Ma quando sei al governo la post ideologia Almirante-Berlinguer cambia fattore, perché prima dell’equazione si pone un bel meno: il che significa che si finisce inesorabilmente dentro una dinamica «perdi-perdi». Significa che qualsiasi cosa faccia, fatti non parole come nella fase iniziale, scontenterai materialmente qualcuno. Che te la farà pagare, perché le cose, a differenza delle parole, restano. E hanno una relazione con il tempo inesorabile. Basta vedere la pagina social della sindaca di Torino, tragica tanto male è gestita, dove i commenti al suo intervento inerente i fatti di martedì sera sono di questo tenore: «Ti ho votata, ora devi cacciare i tuoi amici zecche comuniste dei centri sociali». Una riga sotto: «Ti ho votata ora devi fare il c. agli sbirri fascisti». Può esistere, anzi resistere, un gruppo dove convivono tali visioni? Evidentemente no. Le ideologie erano quello strumento che riuscivano a non trattare l’essere umano adulto come un disabile mentale, che lo elevano, dandogli la libertà di scegliere: un gruppo dirigente, al momento di chiedere la fiducia con il voto ad esso, donava un atto di onestà intellettuale, perché spiegava che idea aveva del mondo. Io sono comunista. Io sono fascista. Io sono democristiano. Non: io sono comunista, fascista e democristiano tutto insieme. Questa è un'incredibile richiesta di limitazione della libertà di scelta: perché dici che è tutto uguale. A meno che non si voglia realmente passare dall’uomo nuovo all’uomo a caso di Luke Rhinehart.