20 ottobre 2019
Aggiornato 18:30

Salvini contro Mattarella. Storia di un rapporto (decisamente) difficile

Hanno tenuto banco per giorni sulla stampa le polemiche tra Matteo Salvini e il capo dello Stato Sergio Mattarella, e puntuale è giunta la levata di scudi della politica contro il leader della Lega. Che ora, pare, rischia la denuncia per vilipendio proprio come fu per Umberto Bossi, reo di aver dato del «terün» a Napolitano

ROMA - Ha tenuto banco per giorni, sui media italiani, lo «scontro» tra il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Uno scontro iniziato alla manifestazione del Vinitaly a cui il Capo dello Stato ha partecipato, per poi essere subito «sanzionato» dal leader del Carroccio a causa di una sua uscita sulle frontiere. Ecco la dichiarazione divenuta il casus belli: «Da prodotto antico a chiave di modernità, il vino italiano, col suo successo nell'export conferma come il destino dell'Italia sia legato al superamento delle frontiere e non al loro ripristino». Un'affermazione apparentemente innocua, e solo collateralmente legata al tema dell'immigrazione. Ma questo collegamento «largo» è bastato, a Salvini, per rispondere a tono sui social: «Mattarella al Vinitaly: 'Il destino dell'Italia è legato al superamento delle frontiere e non al loro ripristino'. Come a dire avanti tutti, in Italia può entrare chiunque... Se lo ha detto da sobrio, un solo commento: complice e VENDUTO».

La polemica
Qualche minuto è stato sufficiente per scatenare le polemiche. E pazienza se Salvini ha anche tentato una parziale retromarcia: «La mia non era una frase contro Mattarella: io difendo il diritto dell'Italia e degli italiani. Il Presidente non può invitare i clandestini di tutto il mondo a venire in Italia». Ormai la frittata era fatta. Ed è giunta puntuale la levata di scudi in favore del Capo dello Stato. Qualcuno, addirittura, ha parlato di «vilipendio». Un'accusa respinta a gran voce dal segretario della Lega, e anzi rispedita proprio al mittente «morale» nel corso di una visita nel capoluogo abruzzese: «Poichè ho visto che il Pd mi denuncia per vilipendio, colui che commette questo reato nei confronti degli italiani è in primis il signor Mattarella che non viene a fare due passi all'Aquila». Non solo. Alla Zanzara su Radio24, il Matteo milanese ha rincarato la dose: «Mattarella torni sulla Terra, si faccia due passi tra le gente normale senza scorta, così vede di cosa hanno bisogno le persone normali. Chiedere scusa al capo dello Stato? E per che cosa? Io gli do del ‘complice’ e del ‘venduto’ se non difende i confini italiani e il made in Italy che viene truffato. Ma poi lui fa il presidente della Repubblica? Parli di altro. Non rompa le scatole coi confini e con le frontiere».

Salvini non si pente
Finito nell'occhio del ciclone per queste parole, il leader della Lega ha quindi chiosato, alla Telefonata di Maurizio Belpietro: «Il Presidente degli italiani, che tale non mi sembra prima di parlare di frontiere e confini aperti dovrebbe difendere la sua gente ed il lavoro della sua gente. Non mi riconosco in lui». Un attestato di disprezzo in grande stile. Attestato che ha pure provocato la reazione diretta del premier Matteo Renzi: «Le polemiche di ieri, le accuse nei confronti del presidente della Repubblica sono a mio giudizio qualcosa di veramente meschino. Il Capo dello Stato rappresenta tutti gli italiani e cogliere ogni occasione per fare polemica ci differenzia dagli altri», ha detto all'indomani della sfortunata dichiarazione di Salvini. Il quale, però, ha successivamente riferito di non essersi affato pentito: «Se certi politici facessero due passi tra la gente, parlando con un disabile che prende trecento euro al mese, quando un immigrato ne costa mille, parlando con una vittima della legge Fornero, o con un commerciante rovinato dalla riforma di settore, altro che passeggiate chiacchierone al Vinitaly. Qui c'è una politica lontana dalla vita di tutti i giorni degli italiani».

Un rapporto difficile con i capi dello Stato
D'altra parte, che tra Salvini e Mattarella non corresse buon sangue era chiaro da tempo. Subito dopo l'elezione del nuovo inquilino del Quirinale, il segretario della Lega Nord commentò senza troppi giri di parole: «Mattarella non è il nostro presidente». Da allora, spesso il leader del Carroccio ha ritenuto il presidente della Repubblica responsabile, al pari di Renzi, di tenere le porte «troppo aperte» per i migranti. Solo lo scorso dicembre un illusorio e fulmineo avvicinamento: «Persino Mattarella sull'immigrazione dà ragione alla Lega. Bisogna espellere le centinaia di migliaia di clandestini che non scappano dalla guerra ma che Renzi e Alfano continuano ad ospitare negli alberghi». Poi, però, i toni si sono riportati sulle solite frequenze. Intendiamoci: non che il predecessore di Mattarella, con il segretario della Lega, se la passasse meglio. Solo per fare qualche esempio, il leader del Carroccio nel 2014 definì il discorso di fine anno di Giorgio Napolitano «vuoto e penoso»; nel 2013, ne invocò a più riprese le dimissioni, anche perché - dichiarò dopo la nomina di Giuliano Amato alla Corte Costituzionale - ormai «ha rotto le palle» e ha «centoventi anni». Ma l'antipatia per Napolitano era comune con il predecessore Umberto Bossi: il quale, addirittura, fu condannato a 18 mesi per vilipendio, dopo aver dichiarato: «Napolitano, Napolitano, nomen omen, terun». Sarebbe forse lungo e compesso entrare nel merito e chiedersi se, nel 2016, abbia ancora senso contemplare un reato di vilipendio pur verso la più alta carica dello Stato, rendendola così «intoccabile». Se l'era domandato nel 2013 lo stesso Beppe Grillo, rispondendosi che si trattava di un «retaggio del fascismo, quando si tutelava dal delitto di lesa maestà la figura del re e di Mussolini». Forse Grillo parlava da interessato, visto che, all'epoca, ben 22 senatori grillini erano finiti sotto inchiesta per aver scritto commenti pesanti su Napolitano. Ad ogni modo, pare proprio che Salvini stia rischiando di fare esattamente quella fine. Proprio come, peraltro, il suo predecessore alla guida del Carroccio.