15 ottobre 2019
Aggiornato 08:00

Primarie sì, primarie no: l'eterno dibattito nel Centrodestra

E' stata Giorgia Meloni, nelle scorse ore, a riesumare il dibattito sulle primarie, dichiarandosi favorevole ma alle sue condizioni. Peccato che i nodi da sciogliere siano ancora tanti. E, come ricorda Salvini, il tempo stringe

ROMA - Primarie sì, primarie no: questo sembra essere l'ultimo tema di dibattito nel Centrodestra. Che si prepara, anche se in ritardo, ad affrontare le amministrative, e che sempre più urgentemente deve trovare la quadra sui candidati. L'iniziale endorsement a favore di questo strumento elettorale è giunto qualche giorno fa dalla combattiva leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: «Se utilizziamo le primarie in tutte le città nelle quali si vota noi siamo pronti», ha detto. Ma ha anche aggiunto dei «paletti» che non hanno mancato di suscitare polemiche: primo, «il rifiuto del modello elitario americano che ha allontanato gli elettori dalle urne. Si va in mezzo alla gente con i gazebo»; secondo, «partecipa solo chi dichiara di condividere principi e programmi del centrodestra. Chiarezza e coerenza: no larghe intese»; terzo, «discontinuità con le esperienze fallimentari del passato già bocciate dagli elettori»

Le contestate condizioni di Giorgia
Insomma, i due tagliati fuori dalle condizioni dettate da Meloni sarebbero Gianni Alemanno, ex sindaco, e Francesco Storace, ex governatore. Quest'ultimo, deciso a non farsi mettere all'angolo dalla giovane leader, ha ribattuto con forza: «Se un candidato va bene o male lo devono dire gli elettori e non la Meloni». E ha poi rincarato la dose: «La Meloni è come Fini nel 2008: tutto pur di farmi fuori dalla coalizione». Sulla stessa linea Francesco Proietti Cosimi, neocoordinatore del rinato Movimento Sociale Italiano: «I veti della signorina Meloni sono inutili e ridicoli. O si mettono alle spalle i rancori, oppure la partita è persa prima ancora di cominciare a giocare».

La posizione di Salvini
Quanto al leader della Lega Nord Matteo Salvini, sull'argomento è parso scettico, ma non troppo. «In linea di principio sono favorevole alle primarie. Il problema è che siamo a fine gennaio e si vota in giugno. Mi sembra un po’ tardiva come proposta». Il sogno di Matteo sarebbe stato infatti quello di arrivare al 20 febbraio, giorno della manifestazione unitaria del centrodestra, già con le carte in tavola, e non c'è dubbio che il ricorso alle primarie rallenterebbe ulteriormente le tempistiche. Ma quello del segretario leghista non è parso un inappellabile «niet». Le sue parole sono sembrate piuttosto un invito a far presto: «Dove ci sono candidati condivisi si può cominciare già domani, se ci sono problemi da sciogliere si possono fare le primarie» ha detto, insistendo sul concetto che «bisogna chiudere la partita» perché «ho voglia di cominciare la campagna elettorale». Eppure, pare che la linea di Meloni e quella di Salvini divergano su qualche punto, in primis il nome di Marchini per la Capitale. A proposito del quale, infatti, il Matteo meneghino, quasi rivolgendosi alla collega di tante battaglie, ha puntualizzato: «Se qualcuno nel centrodestra ha detto "no" a prescindere rispetto i "no" degli altri, non è un mio problema».

Il «no» di Berlusconi
Come si vede, insomma, sono ancora tanti i punti in discussione. Anche perché l'altro leader del Centrodestra, Silvio Berlusconi, non ha mai fatto mistero di non apprezzare lo strumento delle primarie, a suo avviso «manipolabilissimo». Quest’estate, il dibattito in Forza Italia è durato praticamente un giorno, immediatamente stroncato dal Cavaliere con una nota incontrovertibile: «Ritengo - ha scritto - che per l’individuazione dei candidati per le prossime elezioni amministrative, il centrodestra debba scegliere, come è sempre accaduto, attraverso gli accordi tra le forze politiche che lo compongono». Un'affermazione che è pesata come un macigno sugli azzurri che si erano spesi a favore di questa ipotesi, tra cui Renato Brunetta e Giovanni Toti. Anche oggi come allora, superare il veto del Cavaliere potrebbe rivelarsi particolarmente complicato.

Il tempo stringe
E che la soluzione al dilemma sia ancora lontana lo dimostrano, tra le altre cose, l'impasse sui candidati a Milano e a Bologna - con il braccio di ferro tra i forzista Bignani e la salviniana Bergonzoni -, ma anche l'ardita decisione degli ex An di presentare un proprio candidato, Enzo Rivellini, alle «eventuali» primarie di Napoli contro Gianni Lettieri. Per il resto, l'«illustre» esperimento di Vasto ha fatto scuola, ma rischia di rimanere un bell'esempio non seguito. Il tempo stringe e i nodi da sciogliere sono tanti. E, come ha sottolineato Salvini, il Centrodestra ha bisogno più che mai di passare dal dibattito sul metodo a quello sui contenuti. Perché saranno quelli, alla fine, a convincere o respingere gli elettori.