22 febbraio 2020
Aggiornato 21:00
Partito democratico: c'è chi ruba e c'è chi tace

Caro Renzi, parlaci di Mafia capitale

Mentre a Roma viene giù tutto, il segretario del Pd tace. Non ci spiega perché, mentre pensava alla sua poltrona, ha lasciato il partito locale completamente in mano ai collusi. Si limita a difendere Ignazio Marino, temendo l'agguato dei 5 stelle

ROMA – L'ho scritto la settimana scorsa e non cambio idea: Ignazio Marino non si deve dimettere. Beninteso, non mi sogno nemmeno di difendere la sua attività di primo cittadino. Il chirurgo genovese è un buon politico, schierato su posizioni avanzate e di buon senso sui temi etici e civili. Ma è anche un pessimo amministratore: si è trovato sulle spalle la pesante eredità di una capitale lasciata allo sbando dal suo predecessore Gianni Alemanno e in quasi due anni non ha messo a posto praticamente neanche un sanpietrino. Fare il sindaco, palesemente, non è mai stato il suo mestiere. Ci fu chiamato in fretta e furia dopo l'improvvisa caduta di Renata Polverini, che fece deragliare i piani del Partito democratico romano: Nicola Zingaretti, ormai predestinato al Campidoglio, fu invece promosso alla Regione e Roma perse il miglior sindaco che avrebbe potuto avere. Senza quell'inconveniente, oggi staremmo raccontando tutta un'altra storia: non ci sarebbe tutta questa sfiducia dei cittadini nei confronti del Comune, non ci sarebbe questo estenuante immobilismo amministrativo, non ci sarebbe forse nemmeno lo scandalo di Mafia capitale. Ma ormai è andata così ed è troppo tardi per i «se».

Il sindaco non c'entra, il segretario sì
Un punto, però, resta chiaro e netto. E vogliamo ribadirlo una volta di più. Ad oggi (in attesa di eventuali ulteriori carte che ci smentiscano) non è emersa alcuna responsabilità, diretta o indiretta, di Marino nell'inchiesta. Al contrario: per quanto potesse fare, isolato com'era, lui ha tentato di resistere alle pressioni dei faccendieri, e perfino di rimuovere dalle loro poltrone i dirigenti e i funzionari più inamovibili e incancreniti. Insomma, potremmo dargli dell'incapace, forse addirittura dell'ingenuo, ma non certo dell'imbroglione. Se la sua bonifica è riuscita poco e male, almeno prima dell'intervento della magistratura, è piuttosto colpa di chi avrebbe dovuto sostenerlo e invece gli ha remato contro fin dal primo istante, forse perché temeva di vedere intaccati i propri interessi. E qui chiamo in causa il corpaccione del Partito democratico romano, il vero responsabile (politico, se non penale) di quest'ultima fase di Mafia capitale. Responsabilità che risalgono inevitabilmente tutta la catena di comando, su su fino al segretario Matteo Renzi. Lui sì che i collusi li aveva davvero dentro casa. E, seppure non si possano ipotizzare sue complicità dirette, certamente non li ha visti. Il che è anche peggio.

Silenzio di tomba
Come può, infatti, pensare di reggere le sorti dell'Italia chi non è in grado nemmeno di governare credibilmente il suo stesso partito? Nella sua pur breve carriera politica, Renzi si è dimostrato bravissimo a fare i suoi, di interessi, portando al successo in pochi passi la sua fulminea scalata al governo. Peccato che di tutto ciò che gli accadeva intorno si sia del tutto disinteressato. Vale per le province dell'impero, dove, in mancanza di una seria e preparata nuova generazione di amministratori renziani, i territori sono rimasti in mano ai soliti signori delle preferenze (con i risultati che abbiamo visto, un po' in tutta Italia, alle ultime regionali). E vale ancor più per quello che accade appena a pochi metri da lui, subito fuori da palazzo Chigi. I topi di fogna si stavano divorando la capitale e lui si chiudeva a chiave nel suo ufficio, a pensare al premio di maggioranza dell'Italicum. Il massimo che è riuscito a fare è stato delegare questo problema drammatico a un personaggio manifestamente inadatto come Matteo Orfini: un uomo onesto, certo, ma dalla caratura politica di un Giovanardi qualsiasi, di cui si ricordano più le gaffe in diretta televisiva che i vuoti moniti lanciati al partito di cui è presidente. È proprio per questo che le uniche parole che il premier pronuncia mentre a Roma viene giù tutto sono «Marino non si tocca». Renzi sa fin troppo bene che nel Pd romano si è spenta la luce. Ma non sa a quale elettricista telefonare. Con il rischio che, nel buio pesto della capitale, a brillare restino solo le cinque stelle.