16 giugno 2019
Aggiornato 06:30
Cisl-Slp Lombardia critica il piano di razionalizzazione di Poste Italiane

Politica, sindacati, enti locali: tutti contro Caio

Non c'è pace per l'a.d. di Poste Italiane Francesco Caio. Da politica, sindacati ed enti locali si moltiplicano le critiche al suo piano di razionalizzazione, che prevede chiusura di centinaia di uffici postali e riduzione del servizio. Per il segretario generale lombardo di Cisl Slp, anzichè tagliare servizi essenziali, l'azienda potrebbe abbassare i costi riducendo le diseconomie interne.

ROMA – Continua la battaglia bipartisan politica-Poste Italiane. Una battaglia che, da alcuni mesi a questa parte, tiene impegnata soprattutto la Lega Nord, i cui parlamentari hanno più volte denunciato i tagli perpetrati su circa 500 uffici postali in tutta la Penisola. Regione simbolo di questa lotta, la Lombardia, dove i sindacati hanno aperto una vertenza nei confronti di Poste, denunciando una «insostenibile carenza agli sportelli degli uffici postali che ha raggiunto livelli insopportabili di criticità». Al DiariodelWeb.it, il segretario generale della sezione lombarda di Cisl Slp Giuseppe Marinaccio dipinge una situazione di forte tensione e estrema criticità. «Noi abbiamo criticato subito l’iniziativa dell’azienda, perchè dopo 11 mesi che l’azienda è ferma, fa parte di un’operazione di tagli, sia sui servizi, sia sul personale», spiega. «Per quanto riguarda i servizi, un’azienda che ha le caratteristiche come quelle di Poste dovrebbe mantenere almeno un presidio su tutti i paesi. E anzichè tagliare servizi alla cittadinanza, soprattutto in un tempo in cui i pensionati rimarrebbero isolati, si potrebbero ridurre i costi attraverso la riduzione di diseconomie presenti all’interno dell’azienda», dichiara.

CISL SLP LOMBARDIA: PRONTI A SCIOPERARE - «La chiusura dell’uffici è anche l’effetto della mancanza di personale, ormai cronica in Lombardia», afferma Marinaccio. «In Lombardia nel 2014 circa 600 lavoratori hanno lasciato Poste tra esodi e pensionamenti, e non sono stati sostituiti». E dei 1000 part-time trasformati in full-time di cui parla l’amministrazione, «non si hanno notizie qui in Lombardia. Forse, ne avremo in trasformazione 35, e, a fronte dei grandi numeri in uscita, è chiaro che si perde l’operatività negli uffici, e sarà così più facile giustificarne la chiusura. Non solo i 61 verranno chiusi, ma altri 125 su cui è stata ridotta l’operatività dei servizi non sono altro che l’anticamera delle prossime chiusure. Quindi», si chiede il segretario, «è possibile che un’azienda, con le caratteristiche di Poste, la più grande in Italia, che dà servizi fondamentali, possa agire in questo modo per aumentare i suoi utili di bilancio. Perché l’azienda ha un utile consolidato da ormai 11 anni». Vicenda sulla quale, puntualizza Marinaccio, sono intervenuti sindaci e parlamentari – solo per la Lombardia, ci sono state almeno 6 interpellanze parlamentari – e si stanno addirittura mobilitando le Regioni. «Il problema è anche politico e legato al governo, perchè tutta la proprietà di Poste è dello Stato. E secondo me il governo si renderà responsabile dell’abbandono di alcuni territori, nel momento in cui il piano dovesse passare così com’è». Altro aspetto importante, quello occupazionale. «Abbiamo avviato una vertenza perchè la situazione è diventata insostenibile», spiega il segretario lombardo. «Ci auguriamo di avere risposte. In caso contrario, saremo costretti a promuovere azioni che coinvolgeranno la categoria, incluso ovviamente il ricorso allo sciopero», conclude.

LEGA CHIEDE CONVOCAZIONE DI CAIO - Nei giorni scorsi, d’altra parte, è stato il deputato lodigiano leghista Guido Guidesi a rilanciare la propria mobilitazione contro i tagli agli uffici postali, che nel suo territorio coinvolge 10 uffici tra chiusure e riduzioni d’orario. Guidesi, in una lettera indirizzata al Presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia, ha chiesto esplicitamente di convocare il «management di Poste Italiane», cioè l’a.d. Francesco Caio, per «verificare se i piani societari e la paventata privatizzazione avranno conseguenze sull’efficienza e l’efficacia dei servizi resi ai cittadini». Il cuore della lettera del deputato, però, riguarda in particolare la denuncia della «deriva» che, a suo avviso, avrebbe interessato la società: «Invece di tutelare la qualità dei servizi essenziali, l’azienda mira sempre più a fare business, offrendo ‘pacchetti’ che non hanno niente a che fare con la sua ‘mission’ pubblica». Il piano di riqualificazione di Caio, infatti, prevederebbe investimenti in piattaforme e servizi digitali per 3 miliardi di euro, e un’accelerazione della digitalizzazione, che, come ha dichiarato l’a.d. in recenti interviste, potrebbe proprio passare per le Poste, colmando il gap con il resto dell’Europa.

MENO SERVIZI A PREZZI PIÙ ALTI - Tutto questo, a fronte della chiusura di molti uffici postali e della riduzione di orario di moltissimi altri, oltre a una minore efficienza del servizio a costi più alti. Situazione, oltretutto, che coinvolge da Nord a Sud tutta la Penisola. Al prezzo di 1 euro e con un’attesa fino a 4 giorni (nel 90% dei casi), infatti, ritornerà la posta ordinaria, mentre lieviterà a 3 euro la prioritaria, che sarà consegnata entro un giorno, puntuale solo nell’80% degli invii, contro la vecchia prioritaria che attualmente giunge a destinazione in una giornata nell’89% dei casi. Di minore entità sarà l’aumento per le raccomandate, che oggi costano 4 euro (sotto i 20 grammi), e che in futuro costeranno 4 euro e 25 centesimi, ma impiegheranno un giorno in più per arrivare, da tre a quattro. Insomma: un servizio meno efficiente a costi più alti. Voci sempre più insistenti imputerebbero l’accelerazione di Caio nella modernizzazione della società alla preparazione del gruppo per la Borsa, per dare concretezza ai piani del governo che prevedono la privatizzazione del 40% delle azioni di Poste Italiane, oggi interamente in mano al ministero dell’Economia. Piani, insomma, che, ad avviso di molti parlamentari, di certo non hanno come priorità la tutela dei servizi essenziali per i cittadini.

POSTE ALLA RINCORSA DEL BUSINESS - D’altronde, Guidesi aveva già presentato un’interrogazione sia a inizio febbraio – indirizzandola al ministro Federica Guidi – sia a  dicembre, rivolgendosi invece al ministro Padoan sui «preoccupanti" rilievi della Consob: l’autorità di vigilanza aveva infatti messo in luce come – dalle verifiche effettuate – «la società si avvalga di meccanismi di pianificazione commerciale fondati su interessi ‘di business’» che «hanno determinato significative distorsioni nei rapporti con la clientela». Tra i casi contestati: «Pressioni gerarchiche» sul personale, «forme di pianificazione commerciale» che guardano «alla realizzazione di obiettivi aziendali senza tenere conto delle esigenze della clientela», la preponderanza dell’attività assicurativa rispetto al servizio postale, la vendita di prodotti finanziari ad alto rischio.

 LEGA E M5S UNITI CONTRO POSTE - Ora, però, Guidesi e i suoi colleghi della Lega condividono la battaglia con il Movimento Cinque Stelle, che ha chiesto di incontrare Francesco Caio in commissione sul tema. Una battaglia che anche il M5S ha ingaggiato da tempo, dato che da diversi mesi si batte – precisa il blog di Grillo – «per evitare lo smantellamento progressivo della rete che si sta verificando in modo massiccio nelle zone più periferiche del Paese». Difficilmente, Francesco Caio potrà ignorare una tanto larga iniziativa parlamentare, che unisce schieramenti opposti e differenze geografiche. Iniziativa, peraltro, condivisa dai sindacati, e che nasce dal basso, dal malcontento dei cittadini di tanti Comuni privati di servizi essenziali per la comunità. Insomma, sembra proprio che, del «caso Poste», siamo destinati a sentirne parlare ancora per un bel po’.