15 ottobre 2019
Aggiornato 21:00
Per la giunta del Senato, Calderoli non è perseguibile

Per il Senato, che la Kyenge assomigli a un «orango» sono parole «insindacabili»

Molte critiche sono piovute sulla decisione della giunta del Senato di considerare «insindacabili» le parole di Roberto Calderoli, che, nel luglio 2013, aveva paragonato Cecyle Kyenge a un orango. «Se una persona che rappresenta le istituzioni può insultare chiunque mi chiedo: chi protegge i deboli in questo Paese?», commenta la diretta interessata. E anche il M5S s'indigna.

ROMA - «Sono stata sorpresa. Poi triste». Questo, il commento a caldo di Cecile Kyenge, ex ministro del governo Letta, sulla decisione della giunta per le immunità al Senato di giudicare insindacabili le parole del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli (Lega). L'episodio a cui ci si riferisce è l'ormai famosa frase, pronunciata nel luglio 2013 nel corso di un comizio, «Quando vedo la Kyenge non posso non pensare a un orango». La Kyenge, però, tiene a specificare il rilievo che la frase incriminata ha avuto non tanto nei suoi confronti, quanto a livello politico. «Vorrei uscire da questa logica perché non stiamo valutando Calderoli come persona. Io lui l'ho perdonato. Quello che bisogna capire è se queste parole possano essere usate in un dibattito politico normale o se siano semplicemente espressioni razziste. Non è compito del Senato assolvere Calderoli. È come se quell'insulto fosse stato fatto a un paese intero per la seconda volta»,  ha detto l'ex ministro. 

KYENGE: PRECEDENTE PERICOLOSO - Anche alcuni senatori del Pd si sono espressi per l'insindacabilità del leghista: «Evidentemente - osserva Kyenge - quest'argomento è mal conosciuto da parte di tanti. Se poi l'abbiano fatto con calcoli elettorali troverei la cosa ancora più grave. Ma io vado avanti, adesso dovrà esprimersi l'aula, spero che questo sia stato solo un incidente di percorso. Se una persona che rappresenta le istituzioni può insultare chiunque mi chiedo: chi protegge i deboli in questo Paese? Si sta creando un precedente molto pericoloso».

CRIMI: PER CALDEROLI NESSUNA SCUSANTE - Eppure, per la giunta il senatore non è perseguibile ai sensi del primo comma dell'art.68 della Costituzione, in base al quale «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni». La decisione della giunta sarà ora sottoposta al voto dell'Aula. Ma a indignarsi, per la decisione, non è solo la diretta interessata. Il senatore pentastellato Vito Crimi ha infatti dichiarato, in una nota: «La giunta per le elezioni al Senato ha salvato Calderoli dall'accusa di istigazione al razzismo e diffamazione nei confronti dell'ex ministro Kyenge. Avevo proposto, come relatore, che si procedesse, non sussistendo alcun nesso funzionale tra le dichiarazioni del senatore Calderoli e l'attività politica. La giunta invece ha rigettato la mia relazione. Eppure a suo tempo Calderoli era stato condannato unanimemente da tutte le forze politiche: dal capo dello Stato ai presidenti delle Camere e lo stesso Letta ne aveva auspicato le dimissioni da vicepresidente. E ora tutti pronti a salvarlo, compresa una parte del Pd». Secondo Crimi, in particolare, «Quando in un comizio pubblico si fanno dichiarazioni come quelle di Calderoli, non ci sono scusanti che tengano, meno che mai quella di essere un senatore. Attraversiamo un periodo storico in cui l'attacco politico è sempre più forte, ma non è comunque tollerabile che si sconfini nell'odio razziale e nella discriminazione».