20 aprile 2019
Aggiornato 02:00
Sul tappeto proposte innovative, ma per ora è tutto fermo

Antirerrorismo all'italiana: molte idee e pochi fatti

I tragici eventi di Parigi del 7 gennaio scorso hanno riacceso anche in Italia il dibattito sul «pericolo terrorismo». Alle dichiarazioni forti e interventiste della nostra classe dirigente è seguito il solito attendismo. Il Consiglio dei ministri del 20 gennaio scorso non ha affrontato il tema sicurezza, rinviando a mercoledì prossimo. Sullo sfondo uno scontro fra poteri.

ROMA - I tragici eventi di Parigi del 7 gennaio scorso hanno riacceso anche in Italia il dibattito sul «pericolo terrorismo». Come spesso accade nel nostro Paese però, alle dichiarazioni forti e interventiste della nostra classe dirigente è seguito il solito attendismo. Il Consiglio dei ministri (Cdm) del 20 gennaio scorso non ha affrontato il tema sicurezza, che pure era all'ordine del giorno (odg), preferendo agire su diverse misure di carattere economico (alcune delle quali nemmeno presenti nell'odg). Poi dopo alcune incertezze è stata scelta la data di mercoledì prossimo, il 28 gennaio, per convocare il nuovo Cdm che dovrebbe approvare un pacchetto di misure anti-terrorismo, contenente anche nuove disposizioni in materia di missioni militari all'estero. Il governo, hanno fatto sapere fonti dell'esecutivo, agirà attraverso un decreto legge e non con un disegno di legge (dl) come inizialmente previsto.

UNO SCONTRO FRA POTERI? - Lo strumento del decreto che per sua natura prevede «casi straordinari di necessità e urgenza», può apparire idoneo per quanto riguarda le norme anti-terrorismo. Forse lo è meno in materia militare in un momento in cui è vacante il Capo delle forze armate (il presidente della Repubblica), e si attende la pubblicazione del Libro bianco della Difesa dove saranno delineate le nuove linee guida sulle funzioni e l'impiego dei nostri soldati dentro e fuori i confini nazionali. C'è da dire però, che il precedente dl missioni è scaduto il 31 dicembre 2014. Non potendo fare molti decreti in assenza del capo dello Stato, che dovranno essere controfirmati dal presidente del Senato Pietro Grasso, «si è ritenuto necessario percorrere la strada di un unico decreto che riguarderà, appunto, sia l'antiterrorismo che il ri-finanziamento delle missioni internazionali che oggi non erano ancora pronte», hanno fatto sapere fonti vicine al governo. Oltre alla motivazione ufficiale però, sembra che l'impasse sulle misure anti-terrorismo abbia altre due motivazioni principali: la prima risiederebbe nelle ristrettezze di cassa con cui lo Stato deve fare i conti. La seconda in uno scontro sia all'interno della maggioranza di governo, sia fra organi istituzionali, per decidere chi e con quali poteri aggiuntivi dovrà occuparsi di contrastare la minaccia terroristica. Potranno ad esempio i nostri 007 interrogare i sospetti terroristi, in maniera esclusiva e riservata, quindi senza «interferenze» o necessità di riferire ad altre autorità, prima fra tutte quella giudiziaria?

IL PROTOCOLLO FARFALLA - Oggi si tratterebbe di una violazione delle leggi vigenti, e il premier, Matteo Renzi, il 29 luglio scorso aveva preso posizione a riguardo, desecretando le carte riguardanti il cosiddetto «protocollo farfalla». Si tratta di un accordo riservato stretto nel 2004 fra Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) e l'ex Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde, oggi Agenzia informazioni e sicurezza interna, Aisi). In sostanza si prevedeva che gli agenti segreti potessero entrare a piacimento nelle carceri italiane, senza che il loro ingresso venisse registrato, e dialogare con i detenuti nelle prigioni di massima sicurezza, senza dover riferire di tutto ciò alla magistratura.

QUALE RUOLO PER L'AISI? - Ma torniamo al presente. Stando alle indiscrezioni uscite sulle agenzie di stampa, il decreto conterrebbe nuove misure ideate dai tecnici del Viminale in collaborazione con quelli del ministero di Giustizia. In particolare è previsto un «rafforzamento degli strumenti di prevenzione e repressione del terrorismo tra cui alcune modifiche normative con l'inasprimento delle pene, fino a un massimo di dieci anni di carcere, per i foriegn fighters, coloro cioè che vanno a combattere nei teatri di guerra. Giro di vite anche per i reclutatori dei 'combattenti' e per chi li addestra a compiere atti terroristici», ha scritto askanews il 23 gennaio. Inoltre, come anticipato dallo stesso Angelino Alfano, si applicherebbero misure di prevenzione già previste per l'antimafia ai sospetti terroristi, come la sorveglianza speciale, l'obbligo di firma e il ritiro del passaporto. Nessun accenno al ruolo dei servizi di intelligence, in particolare su quello dell'Aisi, che ha proprio fra i suoi compiti quello di «ricercare ed elaborare tutte le informazioni utili per difendere la sicurezza interna della Repubblica e le istituzioni democratiche da ogni minaccia, da ogni attività eversiva e da ogni forma di aggressione criminale o terroristica». L'Aisi però risponde al premier e informa tempestivamente e con continuità, il ministro dell’Interno, quello degli Esteri e della difesa per le materie di rispettiva competenza. Non quello della Giustizia.

UNA PROCURA ANTITERRORISMO? - Forse è anche per questo motivo che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si è dato un gran da fare sul tema del contrasto al terrorismo, solitamente appannaggio dei dicasteri della Difesa e degli Interni. Il capo di via Arenula, dopo un incontro con i vertici delle procure ha espresso «l'unanime esigenza di coordinamento», proponendo la creazione di una Procura nazionale antiterrorismo, «che si possa realizzare non con un nuova struttura ma all'interno della Procura nazionale antimafia». L'impostazione del ministro ha trovato il plauso dell'Associazione nazionale magistrati (Anm). Il presidente, Rodolfo Sabelli, ha ricordato che «in materia di terrorismo è importante il rapido scambio di informazioni ed il coordinamento che, se già esiste in sede locale, occorre anche a livello nazionale e internazionale. Da qui - ha spiegato - la validità della proposta di istituire la nuova Procura anti-terrorismo e di farla nascere come estensione di una struttura che già esiste ed opera come la Procura nazionale antimafia».

COPASIR, SERVONO UOMINI E RISORSE - Intanto dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), è stata avanzata la richiesta al governo di intervenire «con urgenza, con nuove disposizioni normative», fra le quali un «significativo aumento delle risorse da mettere a disposizione del comparto intelligence al fine di poter assumere nuovo personale da impiegare fin da subito nelle operazioni più delicate». Inoltre è stato chiesto che l'esecutivo stanzi «un'adeguata dotazione finanziaria da destinare all'acquisto di nuove attrezzature informatiche e tecnologiche tali da permettere un ancor più incisivo controllo e i migliori risultati possibili nel contrasto al cyber terrorismo».