25 gennaio 2022
Aggiornato 09:00
Corruzione

La camorra ricicla da sola

Senza una legge sull’autoriciclaggio i clan sono autorizzati a ripulire il denaro in prima persona

Dall’Europa, l’avrete sentito e letto, è arrivato un messaggio raggelante. «Guardate, ci hanno mandato a dire, che metà della corruzione di tutta l’Unione sta a casa vostra e vi costa 60 miliardi di euro ogni anno».

«Bella scoperta» è stato il commento della maggior parte degli italiani davanti al dossier «Italia - corrotta» targato Bruxelles.

Si può dar torto a chi ritiene che questi proclami ormai abbiano la stessa efficacia della scoperta dell’acqua calda? Basta andare un po’ indietro con la memoria per dovere ammettere che chi pensa così ha ragione da vendere.

Sono passati circa trenta anni da quando un’inchiesta, rimasta scolpita nella storia con il nome di «tangentopoli», passò come l’olio di ricino nell’intestino della politica italiana del tempo. Questa inchiesta, guidata dall’allora magistrato Antonio Di Pietro, ebbe l’effetto di espellere dal sistema due partiti che, incontrastati, aveva governato l’Italia per oltre quaranta anni. Tangentopoli svelò inoltre che un terzo partito, da sempre all’opposizione, faceva più o meno le stesse cose di quelli che governavano, con la differenza, però, che era più bravo a tenere la bocca cucita.

I primi due erano la Democrazia cristiana e il Partito socialista. Il terzo era il Partito comunista.

La prassi della tangente politica in quegli anni era così consolidata che le denunce, quando c’erano, spesso servivano solo ad eliminare qualche scomodo concorrente.

Bettino Craxi, leader del Psi, istituì addirittura una commissione di inchiesta parlamentare affinché l’opinione pubblica venisse resa edotta che alcuni autorevoli membri del suo partito prendevano una tangente del 7 per cento su ogni barile di petrolio che giungeva in Italia dall’Arabia saudita. E’ noto che fu così che Craxi riuscì definitivamente a disfarsi della fastidiosa fronda che gli faceva la sinistra interna del suo stesso partito.

Un po’ come oggi, che la destra e la sinistra si sono accorti con oltre dieci anni di ritardo che il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua era impegnato in un’altra ventina di altri incarichi.

«Ma vogliamo ancora meravigliarci?» è la presumibile reazione di quei cittadini che ogni giorno manifestano la loro insofferenza nei confronti della qualità del personale politico italiano.

Eppure chi la pensa in questo modo ha torto, perché non manca giorno in cui non ci sia una azione (o non azione), nel comportamento di alcuni che sono stati eletti parlamentari (teoricamente) per fare leggi che dovrebbero farci vivere meglio o meglio proteggerci dai mascalzoni, che abbia ancora la capacità di stupirci.

Per spiegarci meglio. Sapete che cosa vuol dire che il Parlamento da anni si paralizza davanti alla possibilità di concedere un lasciapassare ad una legge contro l’autoriciclaggio?

Vuol dire che con le leggi attuali, se un camorrista, o un mafioso, affida i soldi che provengono dal racket, o da altri crimini, ad un prestanome affinché li investa in una attività pulita con lo scopo di ripulire in questo modo i soldi sporchi, il prestanome può pagarne le spese e finire in carcere per riciclaggio. Ma se il camorrista, o il mafioso, il denaro sporco se lo investe da solo in attività commerciali pulite, il reato svanisce e nessuno lo può spedire in galera con l’accusa di autoriciclaggio.

E’ cosi che a Roma nelle scorse settimane si è scoperto che 23 pizzerie e ristoranti nel centro della capitale erano tutte di proprietà di una nota famiglia camorrista di origini napoletane. Della serie «la camorra ricicla da sola».

Tutti in buona fede in Parlamento?