26 giugno 2019
Aggiornato 07:30
Tragedia di Lampedusa

«Su quella barca, al posto di quei disperati, ci potevo essere io»

Il ministro per l'Integrazione: «Quei morti ce li abbiamo tutti sulla coscienza. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso: bisogna rivedere tutte le nostre norme sull'immigrazione e serve una legge sui richiedenti asilo»

ROMA - «Su quella barca, al posto di quei disperati, ci potevo essere io. E' una tragedia immane, un dolore terribile che mi paralizza». Così il ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge, il giorno dopo la strage di migranti nel mare di Lampedusa, in un'intervista a Repubblica.

BASTA VITTIME, RIVEDIAMO BOSSI-FINI - «Quei morti - ha aggiunto Kyenge - ce li abbiamo tutti sulla coscienza. Le cose ora devono cambiare: Per un ministro il dolore deve trasformarsi in azione: basta vittime. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso: bisogna rivedere tutte le nostre norme sull'immigrazione e serve una legge sui richiedenti asilo». A cominciare dalla Bossi-Fini, «coinvolgendo tutti i ministri interessati», ha sottolineato il ministro.

DA LEGA CATTIVO GUSTO PER CAMPAGNA ELETTORALE - Quanto alle parole del leghista Pini (la responsabilità morale è della coppia Boldrini-Kyenge, ndr), Kyenge ha ribadito a Prima di tutto, che la tragedia dei migranti a Lampedusa è «immane, trovo di cattivo gusto aver sollevato una polemica di fronte a questa tragedia, di fronte a tanti morti. Polemiche davvero di cattivo gusto, credo non sia il caso di dare visibilità a chi sta facendo campagna elettorale».

BASTA ACCUSE, RAGIONARE CON FREDDEZZA - Il ministro ha continuato: «Parliamo di un fenomeno che va avanti da oltre dieci anni. Io sono al lavoro da 4 mesi, al lavoro giorno e notte per cercare di risolvere tanti problemi. E' un fenomeno che ha toccato un numero elevatissimo di vittime anche nel 2011, e le statistiche parlano purtroppo chiaro. Non è il momento delle accuse ma di ragionare con freddezza, il momento di capire dove ci sono state mancanze, e ragionare su cosa si può fare coagulando le nostre forze insieme su quella che è stata considerata una emergenza per tanto tempo, e le vittime chiedono giustizia e una risposta da parte di tutti».

FRONTIRE NON SOLO NOSTRE MA DI UE - Quanto all'Unione europea, Kyenge ha spiegato: «Noi dobbiamo parlare con un'unica voce e far capire che le nostre frontiere sono anche porte dell'Europa. Le frontiere non appartengono a un unico paese ma appartengono all'Europa intera. Questo non vuol dire che le responsabilità non devono essere addossate tutte all'Europa ma ognuno di noi, a livello diverso, deve fare la sua parte. Per quanto riguarda l'Italia si tratta di rafforzare le nostre politiche dell'accoglienza».