26 giugno 2019
Aggiornato 23:30
Berlusconi sexy-gate | Caso Ruby

Ghedini: «Berlusconi va assolto»

E' quanto ha chiesto l'avvocato Niccolò Ghedini per il suo assistito Silvio Berlusconi, durante la sua arringa al processo «Ruby» in corso davanti ai giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano, riferendosi al reato di concussione contestato all'ex Premier insieme con quello di prostituzione minorile

MILANO - «La soluzione deve essere l'assoluzione perché il fatto non sussiste». E' quanto ha chiesto l'avvocato Niccolò Ghedini per il suo assistito Silvio Berlusconi, durante la sua arringa al processo «Ruby» in corso davanti ai giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano, riferendosi al reato di concussione contestato all'ex premier insieme con quello di prostituzione minorile. Secondo il legale, infatti in merito alla telefonata che l'ex presidente del Consiglio fece il 27 maggio 2010 alla questura di Milano convincendo i funzionari ad affidare Karima el Mahroug a Nicole Minetti, quelle dei «pubblici ufficiali possono essere anche azioni umane e non devono essere sempre considerate reati contro la pubblica amministrazione».

«BERLUSCONI PENSAVA FOSSE EGIZIANA» - Ghedini, poco prima, in relazione alla cena ufficiale del 19 maggio 2010 tra esponenti del Governo italiano e quello egiziano, aveva sostenuto in aula che «se Berlusconi ha parlato di Ruby in una cena istituzionale è naturale che pensasse fosse egiziana». Questo, ha insistito l'avvocato, «a meno che non si ritenga l'ex Premier un pazzo».
Lo stesso legale aveva anche bollato come «stratosferica e straordinaria» la richiesta di pena a sei anni di carcere e all'interdizione dai pubblici uffici perpetua per il suo assistito fatta all'udienza del 13 maggio scorso dal Procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
Ghedini aveva iniziato la sua arringa con un affondo rivolto al collegio presieduto dal giudice Giulia Turri, sostenendo che «nel corso di questo processo abbiamo pensato di generare del fastidio come difensori, mentre analogo fastidio non sembra ingenerare nei giudici la Procura», accusando poi i giudici di mostrare «una vicinanza culturale» con la pubblica accusa.