14 luglio 2020
Aggiornato 03:00
MoVimento 5 Stelle | Il caso Favia

Caso Favia, la fronda in Emilia è molto forte

Lo sfogo di Favia sembra un fulmine a ciel sereno, in realtà non è altro che una conseguenza di un malessere che va avanti da mesi, almeno in Emilia-Romagna, un «laboratorio» per il movimento di Beppe Grillo che proprio cinque anni fa (il 9 settembre 2007) da Piazza Maggiore a Bologna presentò attraverso il «V-day» la legge di iniziativa popolare «Parlamento pulito»

BOLOGNA - «Ciao Tavo, guarda che non ce l'ho con te. Ma ormai ognuno deve fare il proprio percorso quindi stai tranquillo. Ormai la decisione è stata presa, l'abbiamo presa, l'ho presa, quindi vai avanti col tuo movimento, magari un po' più in là vedremo di? non so? ma adesso è inutile che ci stiamo a dire le ragioni o cosa c'è dietro o cosa non c'è dietro». E' questo il messaggio che a fine marzo Beppe Grillo ha lasciato nella segreteria telefonica di Valentino Tavolazzi, il consigliere comunale di Ferrara, il primo espulso dal Movimento 5 Stelle per mano del comico genovese e del suo spin doctor, Gianroberto Casaleggio. La telefonata, arrivata nel pieno della campagna elettorale, può aiutare a comprendere meglio il significato delle dichiarazioni fatte (a microfoni spenti) da Giovanni Favia alla trasmissione 'Piazza Pulita': il consigliere regionale dell'Emilia-Romagna ha denunciato una «mancanza di democrazia» dentro il movimento.

LABORATORIO EMILIA ROMAGNA - Lo sfogo di Favia sembra un fulmine a ciel sereno, in realtà non è altro che una conseguenza di un malessere che va avanti da mesi, almeno in Emilia-Romagna, un «laboratorio» per il movimento di Beppe Grillo che proprio cinque anni fa (il 9 settembre 2007) da Piazza Maggiore a Bologna presentò attraverso il «V-day» la legge di iniziativa popolare «Parlamento pulito».
La fronda del movimento emiliano è molto forte: a marzo Favia e Tavolazzi si sono esposti in più occasioni criticando il sistema di gestione del blog del M5S (per il consigliere regionale «pubblicano soltanto alcuni messaggi, alcune conversazioni vengono cancellate») e di tutto il movimento. Interpellati in piena campagna elettorale, i candidati sindaci hanno sempre dribblato le domande sulla gestione interna e i diktat di Grillo. L'elezione di Federico Pizzarotti a Parma e di Marco Fabbri a Comacchio hanno placato le polemiche, ma solo per qualche mese.
«Non voglio creare in questo frangente, almeno fino al dopo elezioni, dei motivi di strumentalizzazione - ha spiegato a TM News Tavolazzi ad aprile - non ci penso minimamente. Ma io non sono rassegnato a non affrontare più questo problema. Lascio passare le elezioni, voglio vedere Beppe Grillo e parlargli di persona perché voglio sapere perché mi ha cacciato. Ma è evidente che se non si arriva ad un chiarimento su come il Movimento debba essere governato si rischia la spaccatura, lo sfaldamento, la fuga, il degrado di qualcosa che invece è preziosissimo».
«Siccome le aspettative elettorali sono positive - aveva aggiunto l'espulso di Ferrara - e siccome riponiamo, nonostante tutto, grande fiducia in Beppe Grillo, qui bisogna capire se il modello-accoppiata Grillo-Casaleggio è un problema serio per il movimento e, se sì, se è superabile».

FAVIA PROVA A RIDIMENSIONARE IL CASO - Oggi, Favia ha tentato di gettare acqua sul fuoco: «E' stato un grave errore lasciarmi andare ad uno sfogo privato e scomposto, rubato da un cronista di cui mie ero fidato. Capita in famiglia, capita tra amici, capita al lavoro, anche tra persone che si vogliono bene, avere reazioni esagerate in momenti di tensione». Qualcuno ha parlato anche di dimissioni, ma è nello statuto del Movimento 5 Stelle di dimettersi ogni sei mesi per ricevere la conferma per il mandato dai militanti. Anche il sindaco di Parma è contrario alle dimissioni: «Non mi sembra assolutamente il caso. Se lui ha espresso una sua preoccupazione, una sua perplessità - secondo Pizzarotti - le cose si risolvono sempre con il dialogo. In passato ci sono stati incontri nazionali, probabilmente in vista delle elezioni politiche nazionali un congresso serve».

LA REPLICA DI CASALEGGIO - Da Beppe Grillo non è arrivata nessuna replica ufficiale alle accuse di Favia. Sul blog, quasi per coincidenza, il post di oggi è stato sulla «libertà di stampa precaria» nel quale si fa l'elenco dei finanziamenti pubblici ai giornali, si punta il dito contro gli editori e si denunciano gli sfruttamenti che subiscono i giornalisti precari. In un angolo del sito sono comparse solo poche parole di Gianroberto Casaleggio: «Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai definito le liste per le elezioni comunali e regionali. Né io, né Beppe Grillo, abbiamo mai scritto un programma comunale o regionale. Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai dato indicazioni per le votazioni consigliari, né infiltrato persone nel MoVimento Cinque Stelle». Ma non si affronta la vera questione della governance che sta cominciando a innervosire molti grillini.

RISCHIO «SCILIPOTI» - A Milano nel quartier generale è scattata l'unità di crisi, la massima allerta. Con le dichiarazioni carpite a Favia è scoppiato un «bubbone». «La nostra popolarità sta avendo un'ascesa troppo veloce - commenta chi lavora a stretto contatto con chi gestisce il blog di Grillo-Casaleggio - e rischiamo di non essere in grado di orientarla. Il problema sono i 'cani sciolti'». Per questo, già dai prossimi giorni, potrebbero arrivare ai Meet up indicazioni dall'alto: fuori tutti gli over 40, i più pericolosi, quelli che, magari proveniendo da esperienze 'politiche' diverse, in vista delle elezioni potrebbero rivendicare un posto in Parlamento.
Il principale timore di Casaleggio e Grillo è infatti quello di «avere i nostri Scilipoti», gente cioè che, sfruttando l'onda di consenso generata dal M5S, possa apèprodare alle Camere e poi rinnegare il movimento. Nessuno, infatti, nasconde il timore per «come gestire» i «minimo 80 parlamentari» che i grillini pensano di traghettare in Parlamento con le politiche del 2013.