4 giugno 2020
Aggiornato 17:30
Intervista a «La Stampa»

L'invito di Orlando: Napolitano venga a Palermo

Il Sindaco di Palermo: Il Presidente della Repubblica dia un segnale di sostegno. La Procura qui e a Caltanisetta hanno bisogno di consenso. Di Pietro: Da pm accuserei Napolitano

ROMA - Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, rivolge, in un'intervista a La Stampa, un invito al capo dello Stato a recarsi nel capoluogo siciliano. «Presidente Napolitano - ha affermato - la città di Palermo sarebbe onorata di poterla accogliere. Vorremmo sentirle confermare l'importanza per la comunità nazionale del lavoro di ricerca di verità che, tra mille difficoltà» le Procure di Palermo e Caltanisetta «stanno cercando di portare avanti».

Serve un segnale di sostegno al lavoro delle Procure - «Palermo - ha spiegato - non ha bisogno di scontri, ma di trovare la verità, anche se scomoda. Io non amo le tifoserie a favore o contro le procure, però, so che per Borsellino e la sua scorta l'Italia intera ha bisogno che le procure di Caltanissetta e Palermo siano circondate dal consenso per svolgere serenamente il loro delicatissimo e fondamentale ruolo istituzionale».
«Di questo - ha sottolineato - sono certo che è cosciente il capo dello Stato al quale mi permetto sommessamente di chiedere uno, dieci, cento segnali di sostegno e incoraggiamento. E a lui rinnovo un invito a considerare l'opportunità di una visita alla nostra città».

Di Pietro: Da pm accuserei Napolitano - «Se fossi ancora pubblico ministero farei una requisitoria chiedendo la condanna politica del presidente della Repubblica sulla base di una prova documentale, la prova principe» perché da parte di Giorgio Napolitano «c'è una confessione extragiudiziale di un reato politico». Lo ha detto in un'intervista a Il Fatto quotidiano, il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, tornando sulla questione della trattativa Stato-mafia e del conflitto di attribuzione sollevato dal capo dello Stato.
«Prima - ha spiegato - solleva il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo perché le intercettazioni indirette delle sue conversazioni con Nicola Mancino comporterebbero una 'lesione delle prerogative costituzionali del presidente della Repubblica'. Poi, in occasione del ventennale della strage di via D'Amelio, manda un messaggio ai familiari delle vittime in cui dichiara solennemente che 'non c'è alcuna ragion di Stato che possa giustificare ritardi nell'accertamento dei fatti e delle responsabilità'. Delle due l'una».

Ciancimino jr: Se tornassi indietro non collaborerei più - «Mi definirei un pirla perché basta vedere e leggere i giornali, quello che sta succedendo, si arriverà a giorni alla richiesta di rinvio a giudizio di un processo che tutto o quasi tutto è fatto sulle mie dichiarazioni, e mi trovo a fianco a undici coindagati che in parte ho anche accusato. Non mi viene neanche riconosciuto il ruolo di quello che ho fatto». Lo ha detto Massimo Ciancimino intervistato dal programma radiofonico La Zanzara su Radio 24. Il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo è teste chiave nell'indagine della Procura di Palermo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia.

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