29 marzo 2020
Aggiornato 21:00
Il video messaggio

Fini e la casa a Montecarlo: se è di Tulliani, lascio

Il leader di Montecitorio: «Chi alimenta il gioco al massacro si fermi. Mi rimprovero ingenuità, non reati. Fiducia negli 007, ma chi paga faccendieri?»

ROMA - Se Giancarlo Tulliani fosse il titolare della società off shore che ha acquistato da An la casa di Montecarlo, Gianfranco Fini lascerebbe lo scranno più alto di Montecitorio, ma ora chiede che si fermi «il gioco al massacro» alimentato finora sulla vicenda. Dopo 48 giorni da quell'8 agosto in cui diffuse una nota per chiarire la vicenda dell'appartamento di rue Princesse Charlotte, il presidente della Camera rompe il silenzio e ammette di avere peccato di «leggerezza» e «ingenuità» confessando di avere dei «dubbi» sull'onestà cognato.

Dopo ore di attesa, il videomessaggio annunciato ieri viene trasmesso da diversi siti internet e televisioni alle 19. Fini lo ha registrato poco prima nella sede della fondazione Fare futuro dopo una giornata passata nel suo studio di Montecitorio con l'avvocato Giulia Bongiorno: «Anche io mi chiedo - confessa - chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo. E' Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel'ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera. Non per personali responsabilità, che non ci sono, bensì perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe».

Fini non nasconde che la vicenda ha portato scompiglio tra lui e la compagna Elisabetta Tulliani e confessa di sperare che, come lui stesso gli ha chiesto «con toni tutt'altro che garbati», il cognato lasci il famigerato appartamento, «non fosse altro che per restituire un po' di serenità alla mia famiglia». Nel videomessaggio di poco più di nove minuti non mancano le stoccate a Silvio Berlusconi. Fini ribadisce di attendere con fiducia le indagini che sta conducendo la Procura di Roma perché, spiega, «a differenza di altri, non strillo contro la magistratura». Quindi rivendica che «in 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito non sono mai stato sfiorato da sospetti di illeciti e non ho mai ricevuto nemmeno un semplice avviso di garanzia. Credo di essere tra i pochi, se non l'unico». E ancora assicura di non avere «né denaro, né barche né ville intestate a società off shore» mentre «altri hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse».

Pur ribadendo la piena fiducia nei Servizi Segreti italiani, in Gianni Letta e Gianni De Gennaro, il presidente della Camera denuncia le «pagine oscure» della vicenda che a tratti è sembrato «un film giallo di terz'ordine» e il ruolo giocato da «faccendieri professionisti a spasso nel Centroamerica da settimane». E a questo proposito si chiede: «Chi paga le spese?». Punta il dito contro 'Il Giornale' di Vittorio Feltri, «il giornale della famiglia Berlusconi» che contro di lui ha usato il metodo Boffo ma alla fine chiude il messaggio con una richiesta di tregua.

«Giornali e televisioni - dice - non possono diventare strumenti di parte usati per colpire a qualunque costo l'avversario politico. Quando si scivola su questa china, le notizie non sono più il fine ma il mezzo, il manganello. E quando le notizie non ci sono, le si inventano a proprio uso e consumo. Così, con le insinuazioni, con le calunnie, con i dossier, con la politica ridotta ad una lotta senza esclusione di colpi per eliminare l'avversario si distrugge la democrazia. Si mette a repentaglio il futuro della libertà. Chi ha irresponsabilmente alimentato questo gioco al massacro si fermi, fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Fermiamoci pensando al futuro del paese».

E le ultime parole sono un messaggio a Berlusconi: «Gli italiani si attendano che la legislatura continui per affrontare i problemi e rendere migliore la loro vita. Mi auguro che tutti, a partire dal Presidente del Consiglio, siano dello stesso avviso. Se così non sarà gli italiani sapranno giudicare. E per quel che mi riguarda ho certamente la coscienza a posto».

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