Scarpinato e le bocche cucite su Via D'Amelio
Intervistato dal quotidiano Il Fatto il procuratore generale di Caltanissetta, dice che sono un centinaio i nomi di coloro che sanno cosa c'è dietro la strage di Via D'Amelio
ROMA - Sono un centinaio le persone che nascondono i segreti delle stragi di stampo mafioso dell'inizio degli anni Novanta, secondo Roberto Scarpinato, nuovo procuratore generale di Caltanissetta.
Il magistrato non si sofferma sulle dichiarazioni attribuite ai pm della sua procura, secondo i quali la politica «non è pronta a fronteggiare l'onda d'urto delle nuove verità sulle stragi» («A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto«), ma, in un'intervista a Marco Travaglio sul Fatto quotidiano, spiega il concetto di «sistema criminale» che starebbe dietro quelle stragi. Si tratta, afferma, di «un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti organi dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all'ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il partito comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del paese con l'avvento delle sinistra al potere (la 'gioiosa macchina da guerra'). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un'articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno».
Scarpinato fa un «sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone». Il magistrato cita i boss mafiosi che si riunirono a fine 1991 in un casale nelle campagne di Enna «per progettare la strategia stragista», i loro collaboratori, l'agenzia di stampa Repubblica vicina a Vittorio Sbardella (nulla a che fare con l'omonimo quotidiano, ndr.), l'ex neofascista Elio Ciolini, la cosiddetta 'Falange armata', coloro che hanno concepito il depistatto delle indagini sulla strage di via D'Amelio. «La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone - afferma Scarpinato - è il segno che su quel segreto imposto il sigillo del potere».
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