30 agosto 2025
Aggiornato 06:30
Bersani: «Ripristinare i valori di uomini come Borsellino»

Diciotto anni fa la strage di via D'Amelio

Berlusconi: «Esempio di dedizione allo Stato». Resta il mistero dietro l'attentato a Borsellino. Il pm Gozzo: Borsellino ucciso anche per la «trattativa stato-mafia»

PALERMO - Alle 16.58 del 19 luglio 1992 un'auto imbottita con cento chili di tritolo, posteggiata in via D'Amelio, fece tremare ancora una volta Palermo, dopo appena 57 giorni dalla strage di Capaci. Una vera e propria carneficina che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai suoi cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Le immagini trasmesse dai tg quel giorno mostrarono i palazzi sventrati da un'esplosione che in una frazione di secondo, tra le alte colonne di fumo, aveva trasformato Palermo in una città come Beirut.

NAPOLITANO - Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in «affettuose telefonate» alle signore Agnese Borsellino e Maria Falcone ha rinnovato sentimenti di «viva solidarietà e profonda indignazione» all'indomani dell'atto «provocatorio e vandalico» dello sfregio delle statue di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone e in occasione dell'odierno anniversario, che «esalta la memoria sempre viva dei due eroici magistrati». Lo rende noto un comunicato del Quirinale.

BERLUSCONI: «DEDIZIONE ALLO STATO» - Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in occasione della ricorrenza della strage di Via D'Amelio, ha inviato un telegramma al prefetto di Palermo.
«L'anniversario della strage di via D'Amelio, ove si è compiuto il sacrificio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, Catalano, Cascina, Traina, Li Muli e Loi, è occasione - scrive il premier - per rendere commosso omaggio alla loro memoria».
Per Berlusconi «il giudice Borsellino è stato un esempio di dedizione allo Stato e di lotta all'illegalità e la sua storia è patrimonio prezioso di civiltà e di democrazia. La prego - conclude il telegramma - di rivolgere ai familiari, i sensi di viva partecipazione mia e del Governo al solenne ricordo dei Caduti«

L'OMAGGIO DI SCHIFANI - Il presidente del Senato Renato Schifani ha reso omaggio questa mattina alla caserma Lungaro di Palermo alla memoria del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta assassinati il 19 luglio 1992. Il capo del Senato ha deposto una corona di fiori all'interno del reparto scorte della caserma palermitana.

IL MESSAGGIO ALLA VEDOVA - Il presidente del Senato ha inviato un messaggio alla vedova del giudice Paolo Borsellino, signora Agnese: «Ricorre oggi il diciottesimo anniversario della strage di via D'Amelio, il feroce attentato mafioso in cui persero la vita Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, un giorno drammatico per le famiglie dei caduti e per l'intero Paese. A Paolo Borsellino - prosegue Schifani - dobbiamo tanto: il suo contributo alla lotta alla mafia ha segnato un punto di svolta fondamentale nell'azione di difesa della democrazia da parte dello Stato. La sua dedizione, la sua passione civile, la sua ostinata coerenza hanno segnato profondamente le nostre coscienze, rafforzando in chi crede nello Stato - prosegue il Presidente del Senato - la ferma volontà di proseguire nel cammino di legalità da lui tracciato. Il ricordo va anche ai cinque agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina e alle loro giovani vite spezzate da quella violenza efferata. Con animo ancora profondamente scosso, vorrei ribadire che il modo migliore per onorare la memoria di Paolo Borsellino e di quanti hanno sacrificato la loro vita per la difesa dello Stato, della democrazia e della giustizia è per tutti noi - conclude il Presidente Schifani - seguire ogni giorno il loro esempio e onorare il loro insegnamento nello svolgimento dei compiti cui siamo chiamati».

BERSANI: «UOMO DI VALORI» - «Ripristinare i valori che hanno segnato la vita e il lavoro di uomini come Borsellino». E' l'appello del segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani, nell'anniversario della strage di via D'Amelio in cui il magistrato perse la vita.
«A diciotto anni dalla strage di via D'Amelio - osserva Bersani in una nota - dobbiamo impegnarci perché non si affievoliscano nel Paese né la sete di verità e di giustizia, né la volontà di costruire una convivenza civile che possa fondarsi su una piena affermazione di legalità. Non potremmo dire di aver onorato fino in fondo la memoria di Borsellino, e quella dei tanti eroi caduti nella lotta alla mafia, finché una parte del territorio nazionale - sottolinea il segretario Pd - sarà condizionato dalla criminalità organizzata, finché l'economia sarà distorta da inquinamenti mafiosi e, più in generale, finché i diritti dei cittadini saranno negati e considerati come favori».
Secondo Bersani, «la crisi di legalità che da troppo tempo riguarda l'Italia sta erodendo le fondamenta stesse del nostro vivere civile». Per questo motivo, «non c'è altra via per onorarne davvero la memoria se non quella di impegnare tutta la classe dirigente affinché vengano ristabiliti comportamenti adeguati, senso dello Stato, rispetto delle istituzioni democratiche e un civismo rinnovato e diffuso. Questo è valso eroicamente per Paolo Borsellino, questo deve valere quotidianamente per tutti noi».

DI PIETRO: «TROPPE OMBRE» - Oggi l'Italia dei Valori parteciperà alla manifestazione organizzata a Palermo per ricordare la strage di Via D'Amelio che stroncò la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta. «E' questa un'occasione importante - afferma in una nota Antonio Di Pietro - per onorare la memoria e l'infaticabile impegno con il quale il magistrato siciliano portò avanti la sua battaglia in difesa dello Stato di diritto, arrivando a pagare il prezzo più alto».
«Il nostro obiettivo imprescindibile - aggiunge il leader dell'IdV - è quello di combattere tutte le mafie, di ottenere giustizia e di far emergere, ad ogni costo, la verità. Su questa tragica vicenda, infatti, anche dopo diciotto anni, permangono troppe ombre e sussiste una diffusa omertà che impedisce di chiudere un capitolo buio della storia del nostro Paese».

MISTERI - Dietro quella strage, che rappresenta una delle pagine più nere della storia recente del Paese, i contorni nebulosi e sfumati di una realtà capace di celare ancora oggi i nomi di quelli che furono i reali mandanti ed esecutori di un attentato destinato a segnare per sempre le coscienze della società civile italiana. A differenza della strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone, infatti, riguardo le responsabilità sull'eccidio di via D'Amelio si è sempre sospettato un maggior coinvolgimento di un'entità che andasse oltre la sola Cosa nostra, arrivando piuttosto a lambire ambienti attigui a quelli istituzionali: in particolare il sistema deviato del Sisde.
Un episodio ancora lontano dall'essere chiarito e in cui l'ingorgo di verità ha inesorabilmente impantanato il delicato lavoro dei magistrati della Procura di Caltanissetta che indagano ancora oggi sulla strage. Su via D'Amelio ci sono le verità dei politici di allora come l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino che non ricorda d'aver incontrato il giudice Borsellino pochi giorni prima della strage; e le verità dei collaboratori di giustizia, e di un capomafia storico come Totò Riina che dalla sua cella ha rimarcato l'estraneità di Cosa nostra rispetto a questo episodio.
Ci sono poi le parole di Massimo Ciancimino, che negli ultimi anni ha deciso di raccontare agli inquirenti quelle verità rivelategli dal padre Vito, e relative alla presunta trattativa fra Stato e mafia avviata già all'indomani dell'attentato. Ci sono infine le verità scritte dallo stesso giudice Borsellino sulla sua agenda rossa, sparita misteriosamente da via D'Amelio pochi minuti dopo l'agguato e mai più recuperata.

GOZZO: «UCCISO ANCHE PER LA TRATTATIVA» - E' «ormai chiaro» che la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino «è stata il risultato di un'unica strategia mafioso-terroristica per far capitolare lo Stato, per farlo scendere a patti». Ne è convinto Nico Gozzo, procuratore aggiunto presso la Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, impegnato nelle indagini sulle stragi di mafia.
Secondo Gozzo, intervistato dall'Unità, Borsellino «muore anche per la trattativa». Il magistrato non riferisce, ovviamente, dettagli investigativi, ma non nasconde la convinzione che dietro l'accaduto e dietro le difficoltà nelle indagini successive alla morte dei due magistrati antimafia ci siano uomini dello Stato: «Appare chiaro - afferma - che qualcosa non andò per il verso giusto durante le indagini». Quanto alla vicenda della cosiddetta 'trattativa', «In Italia - dice - tra il '92 e il '93 si è consumato un golpe. Un sistema politico è stato spazzato via con le stragi».
Gozzo commenta anche le parole di Silvio Berlusconi: l'intervistatore gli ricorda che il premier, a proposito delle indagini sulle stragi di mafia, ha parlato di 'complotto' contro di lui: «Ho l'impressione - dice - che qualcuno cerchi di alimentare il risentimento di Berlusconi contro la magistratura per ottenere una compressione della democrazia nel nostro paese».

GRASSO: «VERITÀ PESANTI PER CHI LE TEME» - Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha reso omaggio stamattina, alla caserma Lungaro a Palermo, alla memoria del giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti di scorta uccisi in via D'Amelio il 19 luglio 1992. A chi domanda se sia ormai certo che dietro quella strage non vi sia stata solo la mano della mafia, ma anche di ambienti legati alle istituzioni, Grasso ha risposto: «Questo lo sapevamo da anni - ha detto -. Adesso il problema processuale è trovare gli elementi che consentano di tendere all'accertamento delle verità per la giustizia, è un imperativo morale che tutti noi dobbiamo sempre avere».
«Le vittime - ha proseguito Grasso - hanno il diritto di sapere quanta più verità possibile». Riguardo il timore che esistano verità «pesanti», il procuratore nazionale antimafia risponde: «La verità è ingombrante per chi la teme, non per chi la cerca a meno che essa non provochi problemi a qualcuno».
«Da sempre abbiamo combattuto con l'omertà - ha detto Grasso, riferendosi ai silenzi delle istituzioni -. Oggi è ancora più diffusa e non è solo un fatto del Sud, non è solo un fattore siciliano».

PISANU: «TROPPI SILENZI» - «Ci sono aspetti di questa vicenda che vanno chiariti». Così il presidente della commissione nazionale Antimafia, Beppe Pisanu, intervenendo a Palermo, alla caserma Lungaro. «Ho fiducia nell'impegno politico della mia commissione - ha proseguito Pisanu -. Un paese che non riesce a far luce sulle vicende tragiche del passato è costretto prima o poi a riviverle. Bisogna rendere giustizia agli eroi».
Relativamente alla prosecuzione delle indagini sulle stragi del '92, Pisanu ha detto: «Stiamo facendo quel che è nelle nostre possibilità senza interferire nel lavoro dei magistrati. Ci sono stati troppi silenzi - ha concluso il presidente della Commissione antimafia - e in altri casi parole pronunciate più per confondere che per chiarire».