18 novembre 2019
Aggiornato 16:30
Religione

Il rabbino capo boccia il «buon samaritano»

Per Riccardo Di Segni l’episodio evangelico è antigiudaico

A tutti è sempre apparso che l’episodio evangelico del buon samaritano volesse evocare semplicemente la grandezza e la bellezza di un gesto generoso e disinteressato.
Tanto che l’aggettivo «samaritano» è stato utilizzato per indicare lo stato di chi, grazie alla legge varata nei giorni scorsi, ora può donare un organo ad uno sconosciuto, purché non sia spinto a farlo da un qualche interesse. Appunto «da buon samaritano».

Ma le cose per Riccardo Di Segni non starebbero in questo modo. Per il rabbino capo della comunità ebraica l’episodio evangelico avrebbe infatti un contenuto antigiudaico.
Di Segni per prima cosa ricorda che i samaritani (Kutim) fossero una popolazione con una religione affine a quella ebraica, ma in continuo conflitto con gli ebrei.
Scendendo nei significati reconditi dell’episodio evangelo il rabbino capo sottolinea come dopo aver dimostrato che né Kohen né Lewì (due ceppi ebiaci) si sono dimostrati solidali, invece di rivolgersi al terzo gruppo ebraico possibile, cioè l’Israel, ci si rivolge al samaritano, cioè, ad un nemico degli ebrei.
Questo per dimostrare, afferma Di Segni, che gli ebrei non sono capaci di gesti solidali e disinteressati.
Quindi la sua formulazione e l’uso che ne è stato fatto nella predicazione successiva conterrebbe un nucleo antigiudaico.
«Nel linguaggio comune, specialmente anglosassone - precisa Di Segni - samaritano è sinonimo di generosità disinteressata, ma dietro alla parola c'è il retropensiero che loro (i samaritani) sono capaci di esserlo, mentre gli ebrei non lo sarebbero».

Era difficile prevedere che dietro quel richiamo evangelico alla solidarietà ci celasse un incidente di diplomazia religiosa. Purtroppo la lettura occhiuta di testi, pur sacri, sui quali pesa sia il passaggio degli anni che le riletture e le traduzioni postume, spesso nasconde di questi trabocchetti.