28 gennaio 2020
Aggiornato 01:00
Politica. PDL

Fini, i sospetti dei suoi e l'appello a «evitare risse»

Fino a sera nessun contatto con Berlusconi, poi nota Premier

ROMA - «Come ha preso Fini l'editoriale di Feltri? Sarebbe bello sapere come l'ha presa Berlusconi...». A metà pomeriggio gli uomini che avevano avuto modo di parlare con il presidente della Camera sintetizzavano con questa battuta lo stato d'animo con il quale avevano accolto il durissimo affondo del Giornale contro Gianfranco Fini. Sospetti e tensioni alimentate dalla provenienza dell'attacco a mezzo stampa, sospetti e tensioni solo in parte stemperati, a sera, dalla dissociazione del Cavaliere, utile soprattutto a stoppare il rischio di un'escalation tutta interna al Pdl.

A fotografare il clima, piuttosto gelido, tra i due leader del Pdl basterebbe forse il fatto che, fino a pomeriggio inoltrato, nessun contatto veniva segnalato tra Berlusconi e Fini. Nemmeno una telefonata, tanto che chi conosce entrambi assicurava: «Fino alle sette di sera nessun colloquio, l'ultima volta che si sono sentiti è stato a inizio agosto».

D'altra parte l'unico commento ufficiale che filtra dall'entourage del presidente della Camera attinge dal repertorio finiano delle ultime settimane: «Bisogna stoppare questo clima di rissa permanente». Ma è scontato che l'attacco, vissuto dai finiani alla stregua di un «insulto», rivolto dal giornale di proprietà del fratello del premier, ha irritato il presidente della Camera.

Fini l'ha sempre detto: in un partito plurale, in una formazione già vicina al 40% dei consensi non si può pensare che esprimere un'opinione diventi reato di lesa maestà. «Rientrare nei ranghi?Quali, quelli di Berlusconi? Vogliono il pensiero unico?», si scaldava un finiano durante una giornata vissuta con apprensione.

Poi, alle sette di sera, la nota di Berlusconi, la seconda in due settimane, dopo quella messa nero su bianco per frenare le conseguenze del caso Boffo. «Come si può ben immaginare non ero a conoscenza dell'articolo del dottor Feltri sul Presidente Fini apparso oggi su Il Giornale - assicura il Cavaliere - articolo di cui non posso condividere i contenuti. Confermo invece al Presidente Fini la mia stima e la mia vicinanza».

A scorgere l'elenco dei politici del Pdl scesi in campo durante la giornata per difendere Gianfranco Fini dal duro attacco di Vittorio Feltri sul Giornale si ha forse la mappa della situazione interna al Popolo della libertà. Di fronte alle parole di fuoco dedicate dal direttore del quotidiano al presidente della Camera, si nota innanzitutto il silenzio dell'ala forzista del partito. Né Sandro Bondi, né Denis Verdini hanno speso una parola per l'ex leader di An. Anche i vertici dei gruppi parlamentari, ad eccezione del vicecapogruppo Italo Bocchino, tacciono: zero interventi di Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello. L'intervento di Ignazio La Russa, invece, arriva alle 19.30, poco dopo quello di Berlusconi. E poi ci sono ministri un tempo vicinissimi al presidente della Camera come Altero Matteoli, oltre che l'intera compagine governativa di estrazione Forza Italia.

Sulla sponda opposta, quella dei 'finiani' o 'neofiniani', si collocano i fedelissimi del presidente della Camera, quelli che lo hanno sostenuto nelle ultime battaglie. Lo difende Italo Bocchino («Da Feltri un attacco poco elegante«), lo sostiene Fabio Granata («il partito non è una caserma«), lo appoggia Andrea Ronchi («Fini e un leader coraggioso ed è il cofondatore del Pdl«) e sollecitata scende in campo in sua difesa Giorgia Meloni («Il partito non è una caserma, occorre rispetto«). Con lui anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che invita Feltri a rientrare nei ranghi, e Carmelo Briguglio, secondo il quale così il Giornale danneggia Berlusconi e rafforza Fini. Altri, provenienti da un percorso diverso, non lasciano solo Fini: lo fa Benedetto Della Vedova, secondo il quale Fini rappresenta una destra europea e Feltri è «fuori luogo», e Roberto Menia («Non si possono imputare a Fini i problemi del partito«). E, ovviamente, si stringe intorno a Fini la fondazione Farefuturo: «Il Presidente della Camera non sta a cuccia, fa il suo mestiere e nel Pdl troppe volte il dibattito degenera in signorsì».

Nel giorno delle accuse di Feltri, secondo il quale il 'compagno Fini' punta al Quirinale, rinnegando il passato e facendosi usare dalla sinistra, anche Umberto Bossi non lesina critiche al presidente della Camera. Il leader della Lega, che stasera vedrà Berlusconi, non fa complimenti: il voto agli immigrati proposto dall'ex leader di An? «Chel lì l'è matt. Quello lì è matto. Come già riferito a monsignor Bagnasco anche noi vogliamo aiutarli, ma a casa loro. Se questo il presidente Fini non lo capisce è condannato a perdere altri voti».

Gli attacchi a Fini non sfuggono all'opposizione. Dice Pierluigi Bersani: «E' ormai evidente che nelle difficoltà in cui si trovano c'è un richiamo all'ordine violento per chiunque apra bocca. Questo testimonia un nervosismo diffuso». Secondo il candidato alla segreteria del Pd, comunque, quanto accade è il segno che «la leadership del presidente del Consiglio si sta indebolendo». Un'analisi, quest'ultima, che trova d'accordo il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini. «E' chiaro - spiega - che il dopo Berlusconi è già cominciato», lo dimostra il fatto che Berlusconi «delira» contro tutti: «un delirio di uno contro tutti che finisce per essere autolesionistico per l'Italia e per lo stesso presidente del Consiglio».