21 novembre 2019
Aggiornato 18:00

Processo Sandri, testimoni: Spaccarotella sparò a braccia tese

La difesa ripropone ipotesi della deviazione del colpo di pistola

AREZZO - Cinque testimoni in aula, e con loro prende forma un quadro che conferma le impressioni della vigilia: secondo quanto ascoltato ieri al processo di Arezzo, Luigi Spaccarotella ha sparato con le braccia tese mirando verso l'automobile sulla quale viaggiava Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso da un proiettile l'11 novembre del 2007. «Vedevo le braccia, erano distese, parallele al suolo - ha raccontato Fabrizio Galilei, che sostava nell'area di servizio da dove Spaccarotella avrebbe sparato - e tutte le due impugnavano un'arma da fuoco. Mi sono girato, e mentre andavo via ho udito lo sparo».

Rincara la dose il suo compagno di viaggio Fabio Rossini: «Ho un flash, uno sparo e poi del fumo bianco», ha spiegato, aggiungendo di aver visto l'agente della Polstrada fermarsi e cercare il giusto posizionamento. «Si è mosso più volte prima di sparare - ha sottolineato - quello che mi ha colpito, non vedendo nulla al di là, è che cercasse la posizione, come se vedesse un qualcosa che io non vedevo». Qualcosa che per Galilei, che con Rossini ed Emanuele Fagioni rientrava quella mattina da una trasferta di lavoro a Milano, altro non è che la Megane Scenic dei cinque laziali: «Stava puntando verso l'auto, ma non so se il veicolo fosse in movimento o meno».

L'attesa principale era per Keiko Korihoshi, la guida turistica giapponese annunciata come il testimone chiave: «Il poliziotto puntava la pistola con entrambe le mani e le braccia tese - ha raccontato in aula - poi si è fermato cinque secondi, e poi ha sparato». La teste però ha ammesso di non aver visto l'arma tra le mani dell'agente: «Ero lontana e dietro di lui - ha aggiunto - vedevo le sue spalle, la pistola non la vedevo, dalla posizione ho capito che l'aveva ma non potevo vederla e quando correva non ho visto la pistola».

Per Michele Monaco, il legale della famiglia Sandri, la questione è oziosa: «La pistola lo dice Spaccarotella che ce l'aveva, non c'è bisogno che lo dicano gli altri», ha detto al termine di un'udienza nella quale «si è svolto tutto quello che si doveva svolgere - ha proseguito - per raggiungere la prova nei confronti di Spaccarotella». Giudizio opposto dai legali del poliziotto: «I processi non si fanno con le deduzioni dei testimoni, ma con ciò che hanno visto», ribatte Federico Bagattini, mentre per Francesco Molino la testimonianza della guida «non è un elemento base pericolosissimo per Spaccarotella, perché da quello si possa arrivare ad una dichiarazione di responsabilità per dolo eventuale». L'imputato non era in aula: da lui solo tre parole via sms, «non sono mancino», per contestare l'affermazione di Rossini che l'aveva visto correre con l'arma nella mano sinistra. «Infatti ha impugnato la pistola con entrambe le mani», ha sibilato in risposta Giorgio Sandri, il padre della vittima. «Ringrazio i testimoni per l'onestà ed il senso civico» ha aggiunto, criticando i legali della difesa che li definiscono «poco attendibili». «Non dovevano dirlo - ha proseguito - neanche dei ragazzi che hanno testimoniato mercoledì».

La scena del delitto, con le testimonianze delle ultime due udienze, pare completa: i cinque laziali tornano a bordo della loro auto dopo essersi scontrati con alcuni tifosi juventini, e dopo che dall'altra parte dell'autostrada Spaccarotella, il quale era impegnato a controllare un altro veicolo, aveva gridato e sparato in aria per far cessare la situazione; quindi, l'agente spara mirando verso l'auto e uccidendo Gabriele Sandri. Oggi sfileranno in aula alcuni testimoni della difesa, fra cui colleghi di Spaccarotella ed un prete suo amico. Dopo, la parola passerà fra un mese alle perizie balistiche: Bagattini sottolinea che la Korihoshi «parla di puntamento fisso anche se il bersaglio era in movimento; ma se non è stato un puntamento in movimento, ecco che riemerge la deviazione».