21 novembre 2019
Aggiornato 15:30
Intervista di Ninni Andriolo - L'Unità

Sergio Cofferati: «Sindaci autoritari? Chi governa deve decidere»

«Gli amministratori hanno scadenze precise da rispettare. Devono rispondere davanti agli elettori e sono chiamati a decidere»

Sindaco Cofferati anche lei, come Chiamparino o Soru, è entrato in contrasto con la sua coalizione o con il suo partito. Fanno un certo effetto le accuse di «autoritarismo» rivolte ad amministratori del Pd...
«Sì, mi hanno attribuito un certo brutto carattere. I problemi, per la verità, sono politici e non personali. Il tema non è nuovo».
«Si è riproposto - aggiunge Cofferati - più volte nel corso dei decenni. Riguarda la necessità di coniugare il livello di autonomia che spetta a chi amministra, con il rapporto costante che si deve mantenere con il proprio partito e la propria coalizione...».

Chi governa ha il diritto di decidere punto e basta, quindi?
«Gli amministratori hanno scadenze precise da rispettare. Devono rispondere davanti agli elettori e sono chiamati a decidere. L’unica vera discriminante deve rimanere quella che non c’e scambio tra le sedi decisionali. Le cose dell’Amministrazione non si possono decidere nelle sedi di partito, ma nei consigli e nelle giunte»

Lei si ricandida per il Comune. Anche a Bologna primarie in vista del 2009?
«Ho deciso di rendermi disponibile per un’eventuale ricandidatura e riconfermo la disponibilità. Dentro il Pd bolognese, poi, ci sono compagni e amici che ritengono di concorrere per la candidatura a sindaco. Personalmente credo che le primarie di partito possano essere, a tutti i livelli, un’utile occasione di verifica. Per questo spero che ci siano le condizioni per tenerle, anche se io sono il sindaco uscente e le modalità, quindi, sono diverse dai territori nei quali si deve individuare un candidato al primo giro. Devo aggiungere che le primarie vanno usate sempre e che è stato un errore non averle indette per le politiche. Questo errore non dobbiamo ripeterlo alle europee»

Lei immagina un Pd che «va da solo» alle amministrative?
«Io lavorerò perché a Bologna le primarie si facciano. Poi, una volta che il partito avrà scelto il suo candidato, si aprirà una fase nel corso della quale bisognerà decidere se esistono o no le condizioni per una coalizione. Questa non si potrà basare soltanto sulla disponibilità astratta a stare assieme...»

Cosa serve allora?
«L’obiettivo da perseguire è vincere le elezioni e amministrare. Non solo quello di riconquistare il Comune, quindi. Per questo considero finita l’esperienza dell’Unione. A Bologna abbiamo vissuto in anticipo quello che poi è accaduto a Roma. Le alleanze, adesso, si devono fare sulla base di un programma»

Confezionato in solitudine dal Pd?
«No, il programma non può essere quello che il Pd offre agli altri perché si limitino a sottoscriverlo. Il programma lo si scrive insieme, sulla base di scelte molto nette, intorno a quattro-cinque priorità, con il vincolo a non superare le quindici cartelle. Se esistono le condizioni per scriverlo a più mani, il programma deve essere formalmente accettato dai partiti che compongono un’alleanza. Firmato dai loro segretari e dai candidati alle primarie di coalizione, se queste dovessero rendersi necessarie dopo quelle di partito».

Tutto ciò potrebbe riaprire il confronto con Rifondazione?
«Alla luce delle cose che conosco mi sembra impossibile a Bologna scrivere oggi un programma con Rifondazione».

Lei punta molto sulle primarie per selezionare i gruppi dirigenti. Ma il Pd vive oggi un momento difficilissimo, come se ne esce?
«La nascita del Pd è il fatto politico più rilevante che si sia verificato da molti decenni. Le sue potenzialità sono enormi. E credo fisiologico che un partito che nasca «di corsa», a ridosso di elezioni anticipate, viva poi qualche problema d’ambientamento. Il risultato elettorale, comunque, è stato molto confortante. Ad esso va aggiunto il clima di entusiasmo che si respirava in campagna elettorale, e che è stato, però, rapidamente rimosso».

Le elezioni le ha vinte Berlusconi tuttavia...
«È vero che abbiamo perso le elezioni e in questi casi, come sempre, la sconfitta porta con sé un certo affaticamento e il riemergere di qualche tensione. Il Pd comunque ha grandi potenzialità e, soprattutto, rappresenta un’importantissima novità politica. Adesso bisogna fare immediatamente alcune cose. La prima è, appunto, fare il partito, radicarlo nel territorio, creare una struttura che si fondi su un modello, come dire, «novecentesco»».

La seconda?
«Stabilire come esercitare la funzione di opposizione che i cittadini ci hanno assegnato».

Ha sottoscritto la petizione del Pd «salva l’Italia»?
«La firmerò al più presto. Ritengo importante l’appuntamento della manifestazione del 25 ottobre. L’opposizione si fa in Parlamento, ma anche con l’iniziativa di massa. Alla gente, però, bisogna fornire subito le nostre proposte per lo sviluppo del Paese, per la giustizia e per la democrazia»

Lei ha anche avanzato la proposta di un congresso, dovrà servire a cambiare la leadership del Pd?
«Veltroni è stato eletto con le primarie. Lui è il segretario del Pd e metterlo in discussione è cosa priva di senso. Il congresso, tuttavia, sarebbe utile perché potrebbe portarci fuori da tensioni che sono figlie del passato».

Le stesse che si materializzano nella divisione in correnti?
«Il modello di partito che preferisco è quello che ha un programma fondamentale che, nel corso degli anni, si modifica e si integra sulla base di mozioni che si ricollegano alla situazione contingente del Paese. Le mozioni congressuali, a quel punto, possono anche dar vita a correnti, e dare loro dignità politica senza ossificarle. In modo tale che, nel congresso successivo, le componenti possono rimescolarsi nella massima trasparenza. La cristallizzazione delle correnti, infatti, non è un bene per un partito».

Ed è realistico organizzare un congresso a ridosso delle europee?
«Bisognava farlo subito, dopo le elezioni politiche. Quel che è stato è stato, comunque. Il tempo di qui alle amministrative e alle europee è poco, bisognerebbe cancellare la conferenza programmatica e sostituirla con il congresso. E anche in questa circostanza si sconterebbero tempi risicati. Un percorso del genere non è impossibile, ma sconterebbe sicuramente qualche elemento di affanno».

E allora?
«Io penso che il congresso andrebbe istruito subito. Deciso adesso nelle sue modalità per non trasformarlo poi, inevitabilmente, in un dibattito che, invece di definire assetto e linea del Pd, si concentra sui risultati delle europee. Insisto: il congresso bisogna metterlo sulle sue gambe già adesso».

Intanto nel Pd si discute di federalismo e di rapporti con la Lega. Lei come la pensa?
«Il tema del decentramento delle funzioni e dei poteri, e del reperimento delle risorse è molto complesso e di difficile soluzione. La riprova sta nella confusione creata dallo stesso centrodestra. Mentre cominciano ad avanzare ipotesi di assetto fiscale decentrato, la prima azione del governo è di puro accentramento»

Si riferisce all’Ici?
«Dicono una cosa e ne fanno un’altra. La cancellazione totale dell’Ici sta determinando danni rilevanti negli stessi territori ai quali poi si vuol parlare con il tema del federalismo fiscale».

Quali «danni» si stanno producendo a Bologna?
«Il bilancio del Comune, quello già approvato, è stato decurtato di 20 milioni, gli stessi che mancano per arrivare alla fine dell’anno. Non è mai successo che le amministrazioni dei territori venissero private delle risorse sulle quali sapevano di poter contare. L’unico strumento finanziario che avevano a disposizione i comuni viene cancellato. Se questa è la premessa...Affrontare il tema del federalismo fiscale resta comunque utile, ma qual è la credibilità dell’interlocutore che sta al governo?»

Bossi chiede a Berlusconi di fare marcia indietro sull’Ici...
«Non è un caso. I sindaci della Lega sanno benissimo che cosa tocca loro quest’anno. Dialogo? Confronto? Parliamo di tutto, per carità. Siccome, però, sono abituato a partire dai fatti, non vedo questa volontà nel governo. E non vedo uno schema comprensibile e coerente a proposito delle prime anticipazioni sul federalismo. Io continuo a notare molti elementi di contraddizione. Il calo di risorse destinate ai comuni, la riduzione delle tutele e delle politiche sociali. È un governo dentro il quale all’idea di welfare si va sostituendo progressivamente l’idea, cara a Tremonti, del capitalismo compassionevole e della filantropia. Si riaffaccia la linea che abbiamo già visto nei governi Berlusconi precedenti e che, tra l’altro, deprime l’economia con la conseguenza di impedire la crescita del Paese»

Nessun dialogo con la maggioranza sul federalismo, quindi?
«Intanto bisogna che la maggioranza produca fatti coerenti con le parole. Faccio fatica ad affrontare il tema del federalismo fiscale se, come sindaco, non posso arrivare alla fine dell’anno perché mi hanno sforbiciato un pezzo di bilancio...»