4 luglio 2020
Aggiornato 02:00
Smart working

Smart working: il distanziamento sociale diventa generazionale

C’è chi lo ama, chi lo odia, chi lo ritiene necessario ma solo per brevi periodi, ciò che è certo è che oggi lo smart working è diventato parte della vita di molti italiani

Gabriella Fraire, Consigliera ANRA
Gabriella Fraire, Consigliera ANRA Ufficio Stampa

C’è chi lo ama, chi lo odia, chi lo ritiene necessario ma solo per brevi periodi, ciò che è certo è che oggi lo smart working è diventato parte della vita di molti italiani e, per questo, è al centro di numerosi dibattiti. ANRA, Associazione Nazionale Risk Manager, e Aon hanno approfondito il fenomeno attraverso la ricerca «Lo smart working in Italia, tra gestione dell’emergenza e scenari futuri», indagando percezioni ed opinioni pre-pandemia e rivelando poi quali sono stati gli effettivi vantaggi e svantaggi riscontrati quando il lavoro agile è diventato per molti la normalità. I dati raccolti offrono una nitida fotografia della situazione attuale, sfatando alcuni miti ma soprattutto evidenziando, oltre al permanere del gender gap, un divario tutto generazionale.

Quando le aspettative si incontrano con la realtà

Se prima della pandemia solo il 31% dei dipendenti poteva usufruire del lavoro agile (e non su base quotidiana), un motivo - almeno teorico - ci doveva essere. Più motivi, in effetti, secondo la ricerca ANRA - Aon, che non sempre hanno trovato però un riscontro concreto.

Prima della pandemia, i giovani (under 35) erano convinti che la principale problematica fosse la pianificazione, gestione e controllo delle attività (57%). Hanno invece scoperto che il più grande nemico è la solitudine: il 56% infatti ha risentito del poco contatto con i colleghi, dell’impossibilità di vivere la socialità del contesto aziendale e coglierne le opportunità di crescita professionale e personale.

Al centro delle preoccupazioni della fascia 36-55 anni, invece, oltre ai possibili problemi gestionali, c’era la mancanza di strumentazione idonea (30%), comprensibile per generazioni che non sono cresciute circondate da device e iper connesse. La difficoltà si è rivelata invece marginale rispetto, ad esempio, alla mancanza di separazione tra ambiente di lavoro e ambiente domestico (49%): durante il lockdown, quasi tutte le famiglie si sono trovate a dover condividere gli stessi spazi cercando di far convivere esigenze diverse, e questo ha di fatto creato stress e difficoltà organizzative.

Arrivando alla successiva fascia di età, in periodo pre-Covid gli over 56 condividevano la preoccupazione relativa alla strumentazione, e abituati a modalità di confronto tradizionali, ritenevano che lo smart working avrebbe comportato problemi nel rapportarsi con clienti e terze parti (28%). All’atto pratico, tuttavia, si sono accorti che la vera difficoltà stava nel riuscire ad interagire con i loro stessi colleghi e dipendenti (45%): a pesare è stata senz’altro la minore familiarità con gli strumenti digitali, ma soprattutto l’ancora forte mancanza di una cultura aziendale basata su un rapporto fiduciario tra vertici e team.

Tanti vantaggi, ma a quale prezzo?

Se da un lato si sono scontrati con le difficoltà di un’adozione emergenziale e repentina dello smart working, i lavoratori italiani ne hanno però sperimentato anche i benefici, tanto che nel 48% dei casi si dicono certi che questa modalità rimarrà quella prevalente anche in futuro. Anche su questo fronte, però, le differenze fra generazioni sono evidenti.

Pollice in su, per gli under 35, per il notevole risparmio economico (52%) e il maggior equilibrio tra vita privata e professionale consentiti dal lavoro in remoto. Per le fasce più mature il vantaggio più evidente è la possibilità di gestire con maggiore autonomia gli orari di lavoro (47% nella fascia 36-55 e 53% oltre i 56 anni). Per il 42% degli over 56 inoltre è stato sicuramente un pro la diminuzione dello stress correlato agli spostamenti lavorativi e agli ambienti professionali caotici: da ricordare che sono la fascia che più di frequente viaggia(va) per lavoro, nonché la meno abituata ai sempre più diffusi open space.

Svantaggio universalmente riscontrato: l’enorme difficoltà nel limitare le ore dedicate al lavoro, con un picco addirittura del 60% per gli under 35. Sì allo smart working, dunque, ma solo se correttamente gestito e regolamentato.

Un problema di generazione

La ricerca ha messo in luce, infine, come ci sia ancora tanto lavoro da fare per arrivare ad un reale equilibrio di genere. Durante il lockdown, i dati ANRA - Aon hanno registrato una quota più alta di lavoratori in smart working tra le donne (87%) che tra gli uomini (76%). Questo perché le posizioni apicali in azienda, che portano a spostamenti o necessitano di incontri in presenza più frequenti, sono ancora in gran parte appannaggio maschile.

Questo gap uomo/donna, estremamente evidente nella fascia d’età over 56, dove solo il 16% dei professionisti è donna, si abbassa però al diminuire dell’età. Questo sottolinea un crescente riconoscimento della parità di genere in campo professionale, un equilibrio che, come evidenziano i dati raccolti da ANRA e Aon, si riscontra già tra i professionisti più giovani: nella fascia under 35, infatti, la componente femminile raggiunge il 51%.

In attesa di un reale cambio di paradigma, il lavoro agile può essere un aiuto prezioso per le donne, dal momento che permette un risparmio di tempo (49%), un miglior equilibrio tra vita privata e professionale (43%) e molto meno stress (41%).

«Ci troviamo davanti ad una sfida senza precedenti: tutti ci siamo adattati a un nuovo modo di lavorare, cercando ogni giorno di conciliare questa nuova condizione alle esigenze della vita familiare, per la prima volta mescolando sentimenti personali ed emozioni con il lato professionale della nostra esistenza. In questo contesto, anche la diversità e l’inclusione sono diventati strategicamente importanti, e assieme a flessibilità ed autenticità ci rendono adattabili ai cambiamenti», commenta Gabriella Fraire, Consigliera ANRA, «Se l’impegno e la perseveranza hanno sempre contato, oggi più che mai sono diventati i punti cardine del nuovo contesto in cui ci siamo trovati a dover fronteggiare la nostra quotidianità. La cura della diversità e dell'inclusione fa sì che le organizzazioni, mediante i loro leader, si preoccupino delle persone. Un’inclusione che significa anche empatia, collaborazione e sostegno: tutti possono svolgere un ruolo cruciale in questo nuovo scenario. Saremo in grado di mantenere ciò che abbiamo appreso dando valore a questo mix anche per il futuro?»

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