21 maggio 2019
Aggiornato 08:30
industria

Così l'Industria 4.0 ha attirato gli investitori esteri

Aumentano gli investitori e i capitali stranieri. Cresce l'attrattività dell'ecosistema italiano

ROMA - Siamo ritornati nella classifica dei paesi più attrattivi del mondo per i capitali stranieri. Insomma, più investitori esteri che hanno voglia di mettere i soldi qui, in Italia. L’indice dell’attrattività dei Paesi, o Fdi Confidence Index, viene elaborato ogni anno dai consulenti di At Kearney. Rispetto alla graduatoria del 2017, il nostro Paese ha compiuto un balzo di tre posizioni: nessun’altra economia dell’Unione europea ha saputo avanzare di così tanto. Il merito? Lo possiamo dare ai robot e al Piano Industria 4.0 fortemente voluto da Confindustria e Calenda. Un piano che ha saputo - con iper e super ammortamento - convincere le PMI ad ammodernarsi, puntando sulle nuove tecnologie. Nell’ultimo trimestre del 2017 gli ordinativi di robot e di macchine utensili destinati al mercato italiano hanno fatto un balzo in avanti senza precedenti, raggiungendo un incremento dell’86,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

«Industria 4.0 è sicuramente il fenomeno più importante dietro a questo successo italiano», spiega Marco Andreassi, partner di At Kearney. Un fenomeno sostenuto anche da una rete capillare di iniziative e strumenti che il piano Industria 4.0 ha saputo mettere in piedi a livello locale, con le camere di commercio e i digital innovation hub, capisaldo dell'infrastruttura in quella che è la conoscenza degli strumenti e delle opportunità a livello territoriale. Benché il bando per i Competence Center abbia tardato ad arrivare, anche il meccanismo attuato per mettere in relazione imprese e centri di ricerca per il trasferimento tecnologico deve esser sembrato piuttosto allettante per gli investitori stranieri.

Certo è che una situazione simile non si vedeva dal 2002, ultimo anno in cui l'Italia aveva fatto ingresso nella classifica per l'attrattività dei capitali stranieri. Secondo gli investitori (e il report, ndr.) questa attrattività sarebbe determinata anche da altri fattori, come la sempre più crescente presenza di startup, un PIL cresciuto oltre l'1% nel 2017 e la capacità delle imprese italiane di aumentare le quote di export sui mercati globali. Nel 2016 in Italia sono arrivati 30 miliardi di dollari di capitali stranieri, tanti quanti la Francia e più di Spagna e Germania. Tra poche settimane saremo in grado di sapere i risultati del 2017 che, stando al report, dovrebbero essere di gran lunga superiori.

La percezione degli investitori stranieri è, però, solo una faccia della medaglia. Il sistema italiano, costituito da un ecosistema piuttosto disomogeneo di PMI, è - in realtà - molto frammentato anche per ciò che riguarda l'applicazione dell'Industria 4.0. Una fotografia l'ha scattata una ricerca svolta dall’università degli studi di Padova e da Considi, società di consulenza nel settore dell’Operation & Innovation management. Il nostro paese viaggia a ben quattro velocità diverse: la maggior parte delle imprese (27,5%) non conosce e non è interessato all'Industria 4.0, una parte (22,3%) è costituita da quelle PMI che invece adotterà le tecnologie in tempi brevi. Abbiamo poi un 25,7% di aziende che hanno già all'attivo iniziative nell'ambito 4.0 e un 24,5% che ha una struttura tecnologica e innovativa già completamente avviata.

Questo ecosistema, di fatto, permette a un numero ristretto di aziende di essere molto attrattive, rispetto - invece - a una buona parte di imprese che non lo sono. Secondo un nuovo rapporto di The Economist, la Corea del Sud, la Germania e il Giappone sono i paesi più preparati per la prossima ondata di automazione. In poche parole? Dispongono di competenze che sapranno gestire i robot, sempre più numerosi all’interno delle fabbriche del futuro. L’Italia, su 25 nazioni prese in considerazione, si trova al 12esimo posto. Di fronte a una fabbrica sempre più automatizzata, quindi, il nostro Paese ha bisogno di competenze. E, soprattutto, di non avere paura dei robot. I paesi più ricchi, infatti, sono anche quelli che hanno il maggior numero di robot e tassi di disoccupazione più bassi.