16 ottobre 2019
Aggiornato 22:00
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Vogliamo davvero far sapere a Facebook come facciamo sesso?

Mark Zuckerberg ha intenzione di realizzare una piattaforma parallela al social network, per gli incontri tra single. E userà i nostri dati

Vogliamo davvero far sapere a Facebook come facciamo sesso?
Vogliamo davvero far sapere a Facebook come facciamo sesso? Shutterstock

ROMA - Sempre più spesso la mia casella di posta elettronica è invasa da comunicati stampa che mi presentano strabilianti risultati sul tema della sessualità. L’ultima è arrivata stamattina. Il titolo del comunicato è più o meno accattivante, a seconda dei vostri gusti: «Gli uomini più virili preferiscono il sesso protetto». Cita poi una serie di dati secondo cui il 14% degli uomini che si definiscono dei veri e propri sex simbol, non hanno problemi a utilizzare il vecchio e amato condom per i rapporti occasionali, arrivando alla conclusione che ai più elevati livelli di testosterone corrisponde anche una maggiore propensione al sesso protetto. E questa è solo una delle ultime mail che mi arrivano, di questo tipo. Comincio quasi a pensare che il sesso abbia smesso di essere un vero «tabù» come lo intendevano i nostri genitori. A questo punto, probabilmente, vi starete chiedendo cosa centra questo con Facebook. Beh… la ricerca dell’«uomo virile preferisce il sesso protetto» arriva da una serie di dati che sono stati incrociati da SpeedDate, sito di incontri per single. Nella pratica, chi lo frequenta, dà in pasto i propri dati (seppur anonimi) al grande pubblico, magari inconsapevolmente.

Un po’ quello che accadrà utilizzando Dating, il nuovo servizio «gratuito» di Facebook. Mark Zuckerberg, come vi abbiamo raccontato qui, ha intenzione di realizzare una piattaforma parallela al social network, per gli incontri tra single. Utilizzerà principalmente alcuni dati a sua disposizione, come quelli relativi alla partecipazione di gruppi o eventi simili per far «casualmente» incrociare utenti dalle personalità più o meno affini. Perché lo fa? «Essenzialmente perché fa parte della sua strategia di espansione - ci racconta Alessandro Sisti, professore di Data Driven Marketing & Advertising alla Luiss Business School e alla Business School 24 di Milano e autore del libro DigitalTransformation War -. Parliamoci chiaro: con Cambridge Analytica Facebook ha subito un vero e proprio schiaffo a livello globale. Ora, ha bisogno di mantenere i suoi utenti e magari acquisirne degli altri. E lo fa offrendo nuovi servizi. Se lo può permettere con due miliardi di utenti. E anche se dovesse trattarsi solo di una prova avrà comunque avuto un bel po’ di tempo per prendere i dati che gli servono».

E di prove Facebook, in questi anni, ne ha fatte parecchie. Prima c’è stato Workplace, il servizio per aziende (che non è mai decollato del tutto, ndr.), poi il lancio dei chatbot di Messenger attraverso cui ha la possibilità di reperire molte informazioni, soprattutto aziendali dato che i chatbot sono largamente utilizzati dalle imprese per migliorare la cutomer experience dei clienti e poi, non ultimo, il suo marketplace dei prodotti usati. Una chiara sfida a eBay che, tuttavia, non ha ottenuto probabilmente il successo desiderato. In tutte queste prove Facebook ha continuato a fare incetta di dati. Salvo poi «abbassare la testa» con lo scandalo di Cambridge Analytica, ammettendo di aver commesso molti errori nei confronti dei suoi utenti. Intanto, in questo modo, ha potuto conoscere le necessità dei clienti di un’azienda, la loro posizione lavorativa, i beni che posseggono e di cui vogliono disfarsi. Insieme a tutte le altre informazioni riguardanti interessi politici, economici ed etici. Ora, con Dating, potrebbe conoscere alla perfezione il modo in cui facciamo sesso. Sempre che decidiamo di raccontarglielo (Dating, infatti, si installa solo previo consenso dell’utente). Dati che, ovviamente, saranno venduti a terzi (adesso vi diciamo a chi, ndr.).

«Il nocciolo della questione rimane la gratuità del servizio. Sappiamo ormai da tempo che quando ci viene concesso qualcosa gratuitamente, il prezzo siamo noi - continua Sisti -. Il problema è che non abbiamo chiara quale sia la contropartita. Il GDPR, in qualche modo, riuscirà a garantire un maggior controllo della nostra privacy e le aziende potranno utilizzare i dati solo ed esclusivamente se l’utente ha prestato il proprio consenso. E’ un passo avanti molto importante. Ma quello a cui dobbiamo arrivare è il controvalore dei nostri dati. Quando offriamo un’informazione a un’azienda, la stiamo facendo guadagnare. E, pertanto, noi dovremo essere all’interno di questo processo economico». In poche parole? Dovremo essere pagati per i dati che forniamo ai colossi web.

Qui, però, la questione è anche un’altra. Con Dating potremo dare in pasto a Facebook informazioni sulle nostre abitudini sessuali. Malgrado gli utenti oggi - soprattutto quelli più giovani - abbiano meno interesse rispetto alla protezione della propria privacy, questo ha una portata enorme. L’industria del sesso hi-tech conta già un giro d'affari da 30 miliardi di dollari l'anno. Se oggi gravita principalmente intorno a gadget hard, è l’arrivo dei robot a suscitare preoccupazioni. Sono sempre più sofisticati e a misura del cliente e dovranno esserlo molto di più. Per soddisfare gli utenti avranno bisogno di informazioni, di dati. Dati che sono reperiti anche dalle piattaforme per incontri. Recentemente addirittura una città come Mosca ha annunciato l'apertura del primo bordello di bambole escort, mentre in Cina, già si fabbricano flotte di bambole sexy per gli oltre 200 milioni di single del paese asiatico. Exdoll è una vera e propria fabbrica di bambole robotizzate. Ce ne sono di tutti i tipi. Se ne stanno appese lungo gli scaffali come fossero degli indumenti. Se chiedi loro come si chiamano ti rispondono il loro nome, salvo poi aggiungere che, volendo, potremo anche chiamarle «baby». La voce robotica è emessa attraverso un altoparlante, anche se le labbra non si muovono. L'azienda produce 400 bambole personalizzate al mese, rispetto alle 10 del 2009. Ha iniziato la ricerca sui sexbot a metà del 2016 e ora impiega 120 persone. A gennaio il Consumer Electronics Show di Las Vegas, la più importante fiera dell'innovazione tecnologica, si è aperta con una sexy lap dance robotica, a riprova del crescente interesse per il settore.

E’ probabile che Facebook voglia inserirsi in questo settore? Per Alessandro Sisti, però, la preoccupazione è molto più ampia: «Vogliamo davvero concedere i nostri dati sensibili a un colosso che può fare il bello e il brutto tempo? E che, nel giro di pochissimi anni (se non interveniamo) potrebbe davvero essere proprietaria di qualsiasi servizio immaginiamo sulla faccia della Terra? Io, personalmente, sono molto preoccupato. Ma è al popolo che dobbiamo far capire che sarà sempre più vittima di questi colossi. Ci vuole una rivoluzione culturale, per arrivare a una rivoluzione legislativa».