16 settembre 2021
Aggiornato 23:00
venture capital

Per le startup italiane vogliamo un governo alla «Macron»

Politiche innovative inesistenti. Ma per gli appartenenti al mondo delle startup e del Venture Capital le soluzioni ci sono

ROMA - Macron, da quando ha puntato tutto sulle startup, è diventato un vero e proprio idolo. Soprattutto qui in Italia, portato sul piatto d’argento, probabilmente perché appare quasi paradossale che proprio a pochi chilometri da noi possa esserci una vera Startup Nation, con 10 miliardi destinati allo sviluppo delle imprese innovative. Così vicine, così diverse queste due nazioni (Italia e Francia, ndr.). Ma, quasi certamente, è proprio la vicinanza a farci incazzare di più e sperare allo stesso tempo che qualcosa di buono possa accadere anche qui. Qui, nella Penisola, dove tra due settimane si andrà a votare per un Governo che dovrebbe avere il compito di traghettarci completamente fuori dalla crisi. E dalla situazione stagnante delle nostre startup, piccole, locali, timorose.

E di dare una sterzata al drammatico mercato del Venture Capital italiano che secondo il recente sondaggio della Casaleggio Associati, varrebbe meno del 2% dei complessivi 8 miliardi investiti nel settore delle imprese innovative del Belpaese. Per Luigi Capello, di LVenture?? Group, la responsabilità della politica italiana non è da sottovalutare, nonostante i tanti interventi fatti negli ultimi 4 anni. «È stato fatto un grande lavoro nella creazione di una struttura giuridica che facilitasse la creazione imprese innovative, ma questo non è stato sufficiente per avviare investimenti nel campo dell’innovazione», ha detto. Gli investimenti vanno fatti sul Venture Capital, con strategie precise.

Come fatto in Fracia, ad esempio. «Con la La French Tech ha impostato una strategia centralizzata che coordinasse tutti gli interventi nel settore dell’innovazione - ha ribadito Capello -. Con l’arrivo di Macron all’Eliseo, inoltre, sono stati destinati 13 miliardi agli investimenti in startup. Il risultato è che la Francia, che nel 2012 aveva una situazione molto simile a quella italiana di oggi ( 110 milioni di euro), con l’avvio di un piano strategico, nel 2017 è risultato il secondo Paese in Europa con 2.5 miliardi di investimenti in VC dopo il Regno Unito».

L’economia francese, stando ai dati che abbiamo a disposizione, ha creato complessivamente 253mila posti di lavoro l’anno scorso, con un aumento dell’1,3% rispetto al 2016. Buona parte di questa crescita si deve anche al clima imprenditoriale più favorevole generato da Macron, che ha intensificato assunzioni e investimenti. La prima mossa importante di Macron come presidente è stata quella di dare alle aziende più libertà di stabilire condizioni di lavoro a livello aziendale piuttosto che settoriale. Nei prossimi mesi dovrebbe partire anche una riforma sulla formazione, l’apprendistato e l’indennità di disoccupazione. L'ex banca d'investimento vuole rendere la Francia una «Nazione Startup", fissando un'aliquota fiscale forfettaria del 30 per cento su tutti i redditi da capitale e offrendo anche l'assicurazione contro la disoccupazione per le persone che lasciano un lavoro per andare a fondare una società.

E’ per questo che startup e investitori vorrebbero un Governo alla Macron. «Maggior incentivi fiscali per attrarre investitori istituzionali - spiega Capello - e un fondo nazionale di co-investimento nel Venture Capital italiano, lasciando agli operatori privati nel settore la gestione operativa delle attività». Un fondo nazionale di co-investimento che in Francia è stato creato principalmente grazie alla vendita parziale delle partecipazioni pubbliche in Engie e Renault e dalle partecipazioni in EDF e Thales. Al netto delle partecipazioni, come raccontato in questo interessante articolo di Mimmo Nesi e Domenico Nesci, un modello replicabile in Italia potrebbe essere anche quello già adottato questa estate da Lazio Venture, dove le risorse pubbliche vengono investite tramite una gara aperta mediante operatori privati (nazionali e/o internazionali), ai quali si richiede il rispetto di condizioni minime e un determinato rapporto di co-investimento (4 euro privati ogni 6 euro pubblici). L’articolo elenca poi tutta una serie di interessanti proposte per rimpolpare le casse del Venture Capital italiano.

In buona sostanza emerge quanto il ruolo della politica sia nettamente importante. Nonostante il digiuno digitale dei nostri programmi elettorali. «Per il momento analizzando i programmi elettorali non vedo grandi proposte nel campo dell’innovazione. Vedo un grande interesse a conversare con il mondo delle startup, questo sì, ma è dettato dai tempi, siamo in campagna elettorale», conclude Capello. E dalle parole ai fatti, si sa, la strada è quanto mai lunga e impervia.

Per Marco Bicocchi Pichi di Italia Startup alla politica non è arrivato il messaggio che avrebbe dovuto arrivare. «A livello della politica il dibattito non si concentra sulla essenziale questione della competitività e della crescita che è da coniugare con la questione della riduzione del debito pubblico per poter acquisire libertà d’azione nelle politiche industriali ed economiche - dice Bicocchi Pichi -. In tal senso rispetto alla politica non è passato il messaggio fondamentale che riguarda le startup. Non parliamo di ragazzi con la felpa con cappuccio e di milionari, ma della vitalità del sistema imprenditoriale, dell’innovazione come motore della creazione di lavoro e reddito e quindi di occupazione, pensioni, sanità. Le startup non sono «qualcosa per tenere occupati un po’ di giovani» ma elemento strategico fondamentale per mantenere l’Italia tra i Paesi più industrializzati».

Per Bicocchi Pichi sarebbe possibile raccogliere cinque miliardi di euro in cinque anni, potenziando il fondo dei fondi Venture Capital presso la Cassa depositi e prestiti, potenziamento che dovrebbe portare alla media di almeno un miliardo di investimenti all’anno. Insieme all’aumento di investimento, si propone di attrarre fondi leader internazionali favorendo l’apertura in Italia di loro sedi operative e l’apertura di fondi specializzati da parte di gestori esistenti, rafforzando il team che si occupa degli investimenti. Tra gli strumenti proposti per raggiungere l’obiettivo: l’istituzione di un plafond vincolato alla dotazione di liquidità nei confronti di OICR che investano in Italia, con leva fino al 75% per fondi seed e leva fino al 45% per fondi early-stage; la definizione di un meccanismo per l’investimento nel Fondo di Fondi da parte delle Casse Previdenziali e Fondi Pensioni attraverso il combinato disposto di incentivi PIR ed obbligo di destinazione di quota della raccolta degli stessi all’investimento nel Fondo di Fondi.