19 novembre 2019
Aggiornato 06:00
fintech

Perché quotare o no una PMI in Borsa (ora c’è il credito d’imposta)

Nella Legge di Bilancio è passato il credito d’imposta sul 50% dei costi di consulenza sostenuti per la quotazione in Borsa delle PMI fino al 31 dicembre 2020

Perché quotare o no una PMI in Borsa (ora c’è il credito d’imposta)
Perché quotare o no una PMI in Borsa (ora c’è il credito d’imposta) Shutterstock

MILANO - Con l’estensione dell’equity crowdfunding a tutte le PMI, allo strumento vi possono (dal 3 gennaio 2018) accedere anche i bar, gli agriturismi di campagna, l’azienda manifatturiera di provincia e qualsiasi media impresa che eroga servizi. Un passo avanti importante per smuovere il calcificato meccanismo di accesso ai capitali italiano. Quella dell’equity crowdfunding, però, non è l’unica possibilità che il 2018 prevede per le piccole medie imprese italiane. Nella Legge di Bilancio, infatti, è passato anche il credito d’imposta sul 50% dei costi di consulenza sostenuti per la quotazione in Borsa delle PMI fino al 31 dicembre del 2020, una misura volta a promuovere un ambiente più favorevole agli investimenti produttivi e incentivare la capitalizzazione delle imprese.

Un passo da non sottovalutare quello della quotazione delle PMI all’AIM, il mercato dedicato alle piccole medie imprese ad alto potenziale di crescita che conta, a oggi, 90 società quotate, numero che - secondo AIM - potrebbe arrivare a 300 entro il 2020, con una capitalizzazione di mercato pari a 16 miliardi di euro. E che, come detto da Alessandro Lerro, presidente di AIEC (Associazione Italiana Equity Crowdfunding), «aiuterebbe le PMI ad avere una crescita maggiore e superare meglio i periodi di crisi».

Secondo le indicazioni del governo, l’Italia per tornare a essere competitiva deve rimuovere i vincoli alla crescita dimensionale delle sue imprese innanzitutto promuovendo la cultura del mercato dei capitali, con l’obiettivo di sostenere la crescita delle imprese più efficienti. Con la quotazione su mercati come AIM Italia è possibile finanziare il proprio progetto di crescita mantenendo il controllo dell’azienda. Nel 2017 il flottante medio di Ipo non ha superato il 25% del capitale delle neo-quotate su AIM.

La misura passata alla Legge di Bilancio, nello specifico, mette a disposizione 80 milioni di euro nel triennio 2019-2021, per un importo massimo di 500mila euro ad azienda. «Rispetto al passato in questo momento c’è un’enorme attenzione da parte di investitori italiani su titoli italiani quotati (anche di piccole e medie dimensioni) grazie ai Pir (oltre 12 miliardi di euro raccolti) - ci spiega Fabio Brambilla, presidente di Assofintech -. Nel prossimo futuro quindi chi si quoterà potrà beneficiare di un maggior interesse da parte del mercato dei capitali italiano (normalmente restio ad investire in patria) e nel medio/lungo periodo potrà beneficiare di condizioni sul credito piu’ convenienti e maggiore disponibilita’ ad accedere a capitali di rischio grazie alla quotazione».

I costi che l’emittente sostiene per il processo di quotazione su AIM possono essere raggruppati in due macro categorie: costi fissi di advisory e costi variabili di collocamento. I costi fissi sono espressi in funzione della struttura, dimensione e della complessità aziendale e, a prescindere dall’esito dell’operazione, includono tutte le consulenze specifiche necessarie per valutare la fattibilità di IPO e supportare la società nel processo. I costi variabili si riferiscono al collocamento del titolo sul mercato e sono definiti come percentuale sulla raccolta complessiva di capitale (Ops + Opv). Questi ultimi non sono inclusi nel credito d’imposta.

Per quanto la misura sia di fondamentale importanza (la percentuale di società quotate è in Italia è molto bassa, erano 290 nel 2014 contro le 595 della Germania e le circa 2mila del Regno Unito), «non risolve però l’altro tema importante che riguarda i tempi lunghi per approntare la quotazione che, unitamente all’incertezza di finire sul mercato proprio in una finestra di instabilità politica (il numero di elezioni politiche in Italia non è paragonabile a nessun altro paese occidentale) è forse la causa principale di reticenza alla quotazione da parte delle PMI», continua Fabio Bramibilla.

La quotazione delle PMI (limitata, secondo le disposizioni UE, ad aziende già consolidate), però, non può rappresentare una valida alternativa né al mercato dell’equity crowdfunding, né a quello del venture capital, questi ultimi concentrandosi su realtà ancora embrionali e che hanno bisogno di tempo per affrontare i mercati finanziari quotati. «E’ per questa ragione che come AssoFintech pensiamo sia necessario aprire la possibilità di investire da parte dei Pir anche sui fondi chiusi di investimento in modo da garantire anche un motore in fase di startup - conclude Brambilla -. Le ultime statistiche da parte di dealroom.co sui capitali investiti da parte dei venture capital nel settore tech nel 2017 in europa sono infatti sconsolanti per Italia». In Europa sono stati investiti infatti 19,8 miliardi per 4227 operazioni; di questi 7,5 miliardi in UK, 2,8 miliardi in Germania, 2,5 miliardi in Francia, 1,7 miliardi in Svizzera e 1,3 miliardi in Svezia. Fanalino di coda l’Italia con poco più di 100 milioni investiti da venture capital sul settore tech. «E’ necessario concentrarsi anche su questo aspetto per poter essere motore di innovazione».