18 dicembre 2018
Aggiornato 17:30

Perchè finanziarsi attraverso un'ICO è una questione di «valore»

Le ICO hanno raccolto solo nel 2017 oltre 3 miliardi di dollari. Il loro utilizzo sta avendo un'impennata esponenziale. Ne abbiamo parlato con Francesco Piras

Perchè finanziarsi attraverso un'ICO è una questione di «valore»
Perchè finanziarsi attraverso un'ICO è una questione di «valore» (Shutterstock.com)

MILANO - Il fenomeno ha subito un’impennata esponenziale a partire dallo scorso aprile 2017. Prima di questa primavera, insomma, erano davvero pochi coloro che sapevano esattamente cos’era un ICO (e forse sono pochi quelli che lo sanno davvero anche adesso, ndr.). Malgrado intorno all’argomento ci sia parecchia confusione informativa, sono oltre 3 i miliardi di dollari che sono stati raccolti attraverso il lancio di Initial Coin Offers durante questo 2017 (circa 166 andate a buon fine). Un numero, a tutti gli effetti, impressionante.

Il tema ha suscitato, ovviamente, molto interesse da parte di startup e investitori. Anche analizzando le ricerche effettuate sul web tramite Google Trend è possibile notare un’impennata delle stesse a partire dalla scorsa primavera con un picco considerevole nei primi giorni di settembre, probabilmente dovuto alla decisione della Cina di vietare le ICO (avvenuta nello stesso periodo di riferimento), perché «minaccia seria per l’ordine economico e finanziario». La nazione cinese, oltre a vietare le ICO, infatti, ha altresì chiuso e vietato gli exchange di crypto valute. Il vero problema infatti, molto noto e indicato dalla community Bitcoin come uno maggiori fattori di rischio per la sopravvivenza delle crypto valute, è proprio nella regolamentazione (o nella decentralizzazione) degli exchange che permettono il libero scambio dei token e delle criptovalute senza attuare (nella maggior dei casi) nessun controllo sulle società che li emettono. La Cina, nonostante tutto, resta la regione dove - sempre secondo Google Trend - vengono effettuate le maggiori ricerche in merito a questo argomento.

Variazioni ricerce «ICO»
Variazioni ricerce «ICO» (Google Trends)

I rischi legati a questo strumento, di fatto, hanno spinto molte autorità a pronunciarsi relativamente alle ICO, soprattutto al fine di mettere in guardia compratori ed emittenti dai pericoli connessi. Anche perché il rischio truffa è molto elevato. «Molte ICO sono solo un pretesto per raccogliere capitali - ci spiega Francesco Piras, esperto di criptovalute e co-founder di TokenPolis - Lo strumento, tuttavia, ha un enorme potenziale. Il token, però, non è solo un modo per raccogliere denaro. Deve essere integrato all’interno del progetto e contribuire ad aumentarne il valore. La vendita del token, di fatto, dovrebbe rappresentare solo la conseguenza di un progetto valido». L’ICO, infatti, non è altro che l’emissione di una moneta virtuale con il quale il compratore acquisisce alcuni diritti che potranno essere esercitati nell’ambito dei servizi offerti dall’emittente. Non tutti gli emittenti, però, sono in grado di emettere una moneta, ma emettono - in realtà - dei token ovvero un insieme di codici pseudo casuali basati su un codice sorgente al quale è attribuibile un valore economico.

Ma cosa significa davvero portare valore? Prendiamo, ad esempio, il lancio dell’ICO di Fuertecoin, la prima valuta digitale dell’isola delle Canarie. In questo caso la moneta virtuale emessa, oltre a concedere una serie di diritti a chi la compra, ha l’obiettivo di migliorare l’economia del territorio, diventando una moneta di scambio tra produttori locali aderenti, cittadini e turisti. In questo caso, ad esempio, il valore dell’ICO è determinato dall’impatto sociale generato dal progetto Fuertecoin.

Chiaramente capire se il token emesso porta valore al progetto non è cosa facile e la cosiddetta «bolla» potrebbe crearsi proprio a causa di una forte asimmetria informativa tra chi emette e chi compra. «Farsi un’idea non è facile - continua Piras -. Il rischio però lo troviamo anche nell’economia tradizionale, in buona parte dei meccanismi che consentono di raccogliere capitale. Probabilmente il rischio andrà a ridursi quando compratori ed emittenti avranno maturato delle competenze tali da capire se i progetti presentati sono validi oppure meno. Il mio consiglio, al momento, è di capire chi c’è dietro al lancio di un’ICO, se si tratta di un team di lavoro che ha già esperienza nel settore e che abbia già realizzato qualcosa di valido».

A Francesco Piras, a questo punto, chiediamo però di spiegarci quali sono gli step principali per lanciare un’ICO e utilizzare la tecnologia in modo da non creare confusione. In prima battuta è importante capire se l’uso del token porta valore al progetto e quindi se può essere utile per migliorarlo. «I token hanno un’ampia gamma di utilizzi - continua Piras -. Possono dare un diritto di voto o essere il mezzo di scambio di valore all’interno di una rete, ad esempio». Il secondo step è la stesura di un «White Paper» ovvero un documento che descrive il progetto, le sue fasi di sviluppo e, soprattutto, in che modo saranno utilizzate le risorse. Il terzo step è lavorare su uno «Smart Contract». «Si tratta di un software di emissione e vendita del token online attivato sulla blockchain di riferimento che permette ai compratori di inviare una somma di criptomoneta e ricevere un certo numero di token», continua Piras. In parallelo alla vendita, poi, ci sarà tutta la fase legata alla promozione e al marketing.

In ultimo una domanda che ci viene spontanea: siamo a rischio bolla? «Beh… è difficile dirlo. Non è la tecnologia che sta alla base dell’emissione delle ICO ad essere illegale, quanto piuttosto, l’utilizzo che ne viene fatto dalle persone». Francesco Piras terrà una web conference sull’argomento il 12 dicembre a cui vi consigliamo di partecipare per poter chiarire tutti i vostri dubbi. Qui tutte le informazioni utili.