18 settembre 2019
Aggiornato 13:30
industria 4.0

La grande terra di mezzo delle PMI «struzzo» che rifiutano il digitale

Solo il 2,3% delle PMI italiane si occupa di digitale, mentre sono 188mila quelle che il rapporto Cerved definisce «struzzi» e che rifiutano l'innovazione

La grande terra di mezzo delle PMI «struzzo» che rifiutano il digitale
La grande terra di mezzo delle PMI «struzzo» che rifiutano il digitale Shutterstock

ROMA - Un’Italia che cresce a macchia di leopardo, che vede la Lombardia troneggiare solitaria al vertice, per numero di startup e di imprese che investono nel digitale (sono una su cinque, oltre 28mila imprese sulle 122mila che hanno deciso di puntare sull’innovazione). E un bilancio gennaio-settembre che si ferma a 37.897 imprese in più, contro le 41.597 dei primi nove mesi del 2016 e le 48.031 del 2015. Diminuiscono le imprese, non investono nel digitale, salvo piccoli poli di concentrazione, sempre gli stessi.

Un universo quasi parallelo quello delle PMI che si automatizzano, di fronte ai un 60% di imprese italiane che, purtroppo, continuano a investire negli strumenti tradizionali. Nonostante gli incentivi del Governo. Secondo i dati di Unioncamere solo il 2,3% del totale delle imprese italiane opera nei settori del digitale, benché proprio il digitale aiuti le PMI a crescere a passo più spedito, creare occupazione e generare ricchezza (più delle PMI che, invece, non lo fanno). Un comparto vitale, che - rispetto all’anno scorso - è cresciuto del 2,4%, quasi quattro volte più della media delle imprese italiane (0,6%). Ma che resta esiguo e continua a mantenere l’Italia agli ultimi posti della classifica. Chi si occupa di «bit» (dal commercio via Internet agli Internet service provider, dai produttori di software a chi elabora dati o gestisce portali web), non è sufficiente a trainare l’economia del Paese.

Malgrado i loro bilanci (quelli delle società digitali) che, negli anni 2016 e 2015, vedono un aumento del valore della produzione pari al 9,2% rispetto all’anno precedente, contro una crescita media di tutti i settori che è stata del 3,3% tra 2016 e 2015, dopo il 4,5% tra 2015 e 2014. Meno brillante ma significativo il gap a favore del digitale in termini di valore aggiunto: tra 2016 e 2015 le società dei ‘bit’ hanno registrato una crescita dell’8,6% contro una media generale delle società di capitale del 6%, ‘bissando’ il risultato simile del biennio precedente (7,7 contro 5,8%).

Oltre questi dati, oltre gli incentivi del Governo (piano Industria 4.0) che hanno fatto registrare picchi di oltre il 70% nell’incremento degli ordinativi per macchine utensili, oltre i 1,7 miliardi di euro spesi in innovazione nel 2016, c’è però un mondo di mezzo, quello registrato anche dal Rapporto Cerved Pmi 2017 che sarà presentato venerdì 10 novembre a Milano, in occasione di Osservitalia 2017. Ed è fatto di imprese che continuano ad affondare le proprie radici nel passato. Il rapporto li distingue in «pterodattili», 62mila PMI che investono in modelli di spesa tradizionale e non guardano al digitale, e «struzzi» ovvero quelle 188mila imprese italiane che - proprio come l'animale - preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia rifiutando senza remore il paradigma dell’innovazione e della digitalizzazione. Una piaga economica del nostro Paese.

Un problema di soldi? Non esattamente (o comunque non solo, insomma). Il Piano italiano Industria 4.0 è praticamente tra i più imponenti d’Europa. Solo qualche settimana fa il Mise ha messo sul piatto altri 100 milioni di euro per la digitalizzazione delle PMI, attraverso una misura agevolativa che prevede un contributo, tramite concessione di un «voucher», di importo non superiore a 10 mila euro, finalizzato all'adozione di interventi di digitalizzazione dei processi aziendali e di ammodernamento tecnologico. In parole povere? Hardware e software per diventare moderni, passare al digitale.

Il futuro è fatto di formazione. Probabilmente. Già il Mise ha deciso di investire altri 10 miliardi proprio nella creazione di competenze (il cosiddetto bonus alla formazione). Ma l’ingranaggio è complesso e dipende anche da chi i soldi, per formarsi, li spende davvero, autofinanziandosi. Secondo Capgemini il 50% dei lavoratori sta investendo sia denaro che tempo libero per acquisire competenze digitali, salvo poi comprendere che molto di ciò che stanno acquisendo ora sarà del tutto obsoleto nell’arco di 4-5 anni. Ma l’ingranaggio diventa ancora più complesso allorché, se i dipendenti, sono disposti a lasciare l’azienda se questa non dà loro la possibilità di evolvere le proprie competenze, dall’altra parte i dirigenti aziendali (51% secondo Capgemini) temono che il personale maggiormente «dotato» possa facilmente abbandonare l’azienda dopo aver ricevuto una formazione adeguata. Un cane che si morde la coda, insomma. Che potrebbe bloccare tutto.