11 dicembre 2019
Aggiornato 18:30
tech

Dove finiscono i 9 miliardi che gli aeroporti spendono in IT

Secondo l’indagine Airport IT Trends Survey realizzata da SITA, nel 2016 gli aeroporti in tutto il mondo hanno investito complessivamente più di 9 miliardi di dollari in IT

Dove finiscono i 9 miliardi che gli aeroporti spendono in IT
Dove finiscono i 9 miliardi che gli aeroporti spendono in IT Shutterstock

MILANO - Se la matematica non è un’opinione, a aeroporti sempre più affollati corrisponde un aumento considerevole del turismo, che sia per piacere o per lavoro (ndr.). Di fatto il settore aereo non conosce crisi e a confermarlo sono anche i numeri di IATA, secondo cui nel 2017 assisteremo a un fiume di oltre 4 miliardi di passeggeri, praticamente il doppio del 2005, quando a salire a bordo di un aereo furono 2 miliardi di persone. Complici le tariffe più abbordabili e lavori sempre più smart, salire a bordo di un aereo diventerà sempre più facile.

Nove miliardi in IT
Di fatto, aeroplani sempre più carichi - con un load factor dell’80,6% contro il 75% del 2005 – e aeroporti sempre più trafficati hanno indotto l’industria del trasporto aereo ad accelerare sugli investimenti in Information Technology. Secondo l’indagine Airport IT Trends Survey realizzata da SITA, specialista IT che trasforma il viaggio aereo con la tecnologia, nel 2016 gli aeroporti in tutto il mondo hanno investito complessivamente più di 9 miliardi di dollari in IT (€ 7,5 mld).

La biometria
La parola chiave di questa trasformazione è «biometria», l’identificazione dei passeggeri tramite la creazione di un token, un’«impronta» digitale univoca e non clonabile. Più di un terzo degli scali ha in progetto investimenti per introdurre entro i prossimi 5 anni questo sistema automatizzato al controllo passaporti e agli imbarchi. Una soluzione che rende più rapidi e sicuri i controlli, migliorando l’esperienza dei passeggeri. Secondo la Passenger IT Trends Survey di SITA, il 37% dei viaggiatori ha usato la tecnologia biometrica durante l’ultimo volo e il 57% la utilizzerebbe volentieri al prossimo.

Il robot che diventa un agente
Si chiama Avatar ed è una macchina robotica a forma di chiosco che sostituisce l’attività della polizia di frontiera e pone domande ai viaggiatori negli aeroporti, capendo quando l’interlocutore dice bugie. È stato creato nel 2012 dai ricercatori della University of Arizona e, dopo un periodo di rodaggio e di sviluppo, adesso è stato adottato dalle autorità canadesi per testarne l’efficacia nei controlli alla frontiera. Chi volesse varcare il confine di questo paese si dovrà presentare di fronte a un chiosco dotato di uno schermo in cui compare il viso di una persona virtuale capace di parlare e condurre un’intervista. Avatar legge i movimenti degli occhi, il cambio di voce, i gesti e la postura dell’individuo che risponde davanti a sé identificando i potenziali rischi alla sicurezza e segnalando possibili sospetti per droga, contrabbando o terrorismo. Si tratta, quindi, di un vero e proprio agente virtuale con il compito di supportare il lavoro delle guardie di frontiera in carne ed ossa.