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Industria 4.0, la corsa degli atenei italiani per diventare Competence Center

Stando al Piano Industria 4.0, lo stesso aveva già individuato i Politecnici di Milano, Bari e Torino, la scuola Sant’anna di Pisa, l’università di Bologna e la Federico II di Napoli in coordinamento con gli altri atenei campani

Industria 4.0, la corsa degli atenei italiani per diventare Competence Center
Industria 4.0, la corsa degli atenei italiani per diventare Competence Center (Shutterstock.com)

ROMA - Ci siamo. Il Piano Industria 4.0 sta per entrare nella sua seconda fase, forse quella più delicata e dedicata alle competenze. Delicata perché in ballo ci sono delle cattedre importanti che potrebbero portare in risalto le Università italiane non solo nel nostro Paese, ma nel mondo. E’ dopo la pausa estiva che comincerà la scrematura per decidere attorno a quali poli tecnologici si svilupperanno questi centri di eccellenza pronti a supportare le imprese e per i quali il Governo ha stanziato complessivamente 60 milioni (20 milioni del 2017, 10 per il 2018 e 30 per 2019).

La corsa degli atenei
Dopo tutto il polverone suscitato dalla proliferazione di acceleratori e incubatori sul territorio italiano, il decreto ha posto dei limiti. Partendo dal presupposto che i Competence Center non dovranno essere più di 5-6 in tutta Italia, la loro costituzione dovrà essere subordinata ad alcuni requisiti. Di fatto, le agevolazioni saranno concesse «previo espletamento di apposita selezione da parte del ministero dello Sviluppo economico, nel rispetto dei principi di libera concorrenza, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità, pubblicità». Stando al Piano Industria 4.0, lo stesso aveva già individuato i Politecnici di Milano, Bari e Torino, la scuola Sant’anna di Pisa (in partnership con la Normale), l’università di Bologna per la meccatronica e la Federico II di Napoli in coordinamento con gli altri atenei campani. A cui poi si è aggiunta la rete delle università del Veneto coordinate dall’ateneo di Padova.

Pronti per settembre?
Ora, ciò che manca, è solo l’arrivo in Gazzetta del decreto attuativo con firma dei ministri Calenda e Padoan per andare alla Corte dei Conti, sperando che il tutto possa essere pubblicato a settembre, per poi aprire le danze al bando con due mesi per le candidature e un altro mese per completare la selezione. La prerogativa è che il centro assicuri l’interazione con i poli di ricerca e lo svolgimento di un programma di ricerca industriale e tecnologico volto a alla digitalizzazione da parte delle imprese dei loro processi produttivi.

In cosa si specializzeranno gli atenei
L’attenzione è puntata sulle discipline che stanno realizzando la trasformazione digitale e l’automazione, quindi robotica, meccatronica, fotonica, Big Data, Internet of Things. In questo senso i Competence Center saranno delle ‘isole tecnologie’ in cui testare le tecnologie pronte per il mercato e aiutare le imprese nell’avviare correttamente la trasformazione digitale. Il Competence Center di Milano potrebbe specializzarsi proprio sulla tecnologia più stretta come robotica, additive manufactoring e sensistica. Il polo torinese potrebbe puntare più su tecnologie legate all’automotive, all’aeronautica e aerospazio. Il centro che potrebbe sorgere a Bologna si specializzerebbe nelle filiere della meccatronica, del biomedicale, dell’agroalimentare e dell’industria creativa, fino all’edilizia. Il Competence Center che dovrebbe sorgere nel padovano si focalizzerebbe, invece, su tecnologie ‘smart’, social, cloud e digital da applicare ai settori industriali del territorio, quindi abbigliamento, arredamento, automazione e agrifood. Il Sant’Anna di Pisa avrebbe già individuato gli spazi, a Pondera, dove potrebbe sorgere un complesso dove far convogliare tutte le competenze dei ricercatori a favore delle aziende in tematiche come robotica e realtà virtuale. Grande aspettativa per il polo napoletano, capitanato dalla Federico II, cher potrebbe stringere collaborazioni con grandi aziende per specializzazioni in robotica e materiali innovativi. A contendersi la poltrona anche l’ateneo di Bari che potrebbe presentarsi con l’ateneo di Napoli. Settori? Automotive, aerospazio e agricoltura 4.0.

Venture Capital per il trasferimento tecnologico
Quanto ai fondi d’investimento, la soluzione potrebbe essere davvero alle porte: entro la metà del 2018 saranno operativi 4 o 5 fondi chiusi di seed e venture capital dedicati alla ricerca pubblica e alle università. Questo grazie alla lungimiranza della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) che a dicembre scorso ha dato vita ad un accordo di investimento con il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI). «CDP e FEI hanno deciso di mettere a disposizione delle SGR attive nel venture capital ben 100 milioni di euro ciascuno per lo sviluppo del trasferimento tecnologico in Italia - ha detto Amedeo Giurazza, Founder & CEO presso Vertis SGR SpA. - Con questa dotazione complessiva di 200 milioni di euro partiranno 4-5 fondi di technology transfer (TT) di 40-50 milioni ciascuno, con dotazioni diverse. Nei prossimi mesi, quindi, professori, ricercatori ecc. non avranno più alibi: i fondi di TT dedicati ci saranno e saranno alla ricerca di innovazioni nelle quali investire, ma vorranno anche il commitment degli scienziati (dando loro anche competenze manageriali) per trasformare i progetti in nuove imprese».