18 marzo 2019
Aggiornato 22:30
lavoro

Servono migliaia di competenze in Italia, ma ci sono già e vi spieghiamo perchè

Laddove prima si cercavano professionisti oggi, per fortuna, si cercano competenze. E se il capitale umano che oggi è senza lavoro avesse già tutto ciò che serve, ma dovesse solo riscoprirlo?

Servono migliaia di competenze in Italia
Servono migliaia di competenze in Italia

MILANO - Sarebbero 85mila i professionisti di cui l’Italia avrebbe bisogno per rimettersi in modo e agguantare la trasformazione digitale, secondo l’ultimo rapporto Assinform sull'Italia. Professionisti che sappiano guidare la trasformazione digitale. Data scientist, business analyst, project manager, security analyst. Ruoli che le aziende fanno fatica, tuttavia, a trovare. Vuoi perché la formazione italiana è ancora lacunosa, vuoi perché è cambiato il mercato del lavoro. Laddove prima si cercavano professionisti oggi, per fortuna, si cercano competenze. E la differenza, per quanto sottile, è quanto mai fondamentale. Mettici insieme poi gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile che, a maggio, è risalita al 37% dal 35,2% di aprile. Una vera e propria piaga sociale, ma che trova anche nell’incapacità di riscoprirsi e di proporsi, una delle cause principali. Se abbiamo così bisogno di professionisti, perchè continuiamo ad avere tra le percentuali più alte, in Europa, di disoccupati?

Un mercato delle competenze
La risposta potrebbe essere quanto mai semplice. Molti disoccupati (ovviamente non di lungo periodo) sono già dotati di tutte le competenze che servono, ma non riescono a riformularle sulla base di ciò che chiede il mercato del lavoro, questo perchè cambiano esigenze di mercato, obiettivi, traguardi. «Oggi i candidati dovrebbero essere dei veri e propri designer di sé - mi racconta Silvia di Piano C, l’associazione che, insieme a Cariplo Factory ha realizzato Talenti Inauditi, percorso dedicato alla riattivazione delle risorse e delle competenze delle persone in cerca di lavoro -. Molti dei posti vacanti in Italia sono dovuti al fatto che i candidati, pur avendo le competenze necessarie a ricoprire determinati ruoli, non sanno come proporre il proprio talento. Molto spesso nelle persone c’è già tutto ciò che serve, ma è necessario ‘metterlo’ in azione». Anche le aziende, tuttavia, hanno un ruolo importante: nella domanda è, infatti, fondamentale che queste smettano di focalizzarsi sulle professioni in ‘blocco’, ma vadano alla ricerca delle competenze che davvero sono necessarie per lo sviluppo aziendale e sono ancora troppo poche quelle che sanno davvero cosa vogliono. Secondo uno studio della Technical University of Munich, se nel 2015 il 53% delle aziende considerava i propri dipendenti non in possesso delle competenze necessarie per una trasformazione digitale di successo, nel 2017 questa percentuale è cresciuta fino a raggiungere il 64%. Solo il 6% delle aziende, tuttavia, ha istituito un programma dedicato di recruiting o di formazione per costruire la base di competenze necessaria per formare il futuro digitale della propria azienda.

La riscoperta del talento
«Quando una persona cerca lavoro la prima cosa che deve chiedersi è ciò che vuol far accadere nel mondo», mi racconta Silvia che, nel percorso di Talenti Inauditi cerca di riattivare proprio quei meccanismi tali da poter incastrare le competenze dell’individuo nel mercato del lavoro. Non si procede quindi alla ricerca di una professione determinata, ma delle opportunità che potrebbero permetterci di far accadere proprio quella cosa. L’approccio di Talenti Inauditi parte da una nuova prospettiva. Grazie al metodo «Work Co- Design» di Piano C consente di guardare in modo innovativo
- all’identità professionale: dal mercato delle professioni al mercato delle competenze, la professione diventa un progetto;
- l’idea di talento: non come «eccellenza» ma «valore potenziale»: tutte le persone sono talenti poiché possono generare valore attraverso le proprie risorse;
- l’incontro tra domanda e offerta = perché si deve sapere proporre il proprio talento;

Il lavoro diventa un progetto
In sostanza, il percorso consente ai candidati di mettere a fuoco le proprie competenze, le proprie attitudini e i propri bisogni, modellandoli su quella che è la domanda effettiva di lavoro in quel momento. L’impiego diventa così un progetto. E non significa rivoltarsi come un calzino quando le porte ci vengono sbattute in faccia. Significa prendere le carte che abbiamo a disposizione, quelle che abbiamo già, e creare delle nuove combinazioni. «Quando ci dicono di no - continua Silvia - la cosa più semplice da fare è cambiare settore. Ma è davvero la scelta giusta? Noi crediamo di no. Cercare un lavoro è un progetto, fatto di ipotesi, di ricerca, di abilità nel mettere in luce il proprio vero talento». Tutte quelle competenze di cui abbiamo bisogno per ridare una spinta al nostro Paese, potrebbero, così, essere già ampiamente disponibili.

Come partecipare
Dopo il progetto pilota avviato in questi mesi Talenti Inauditi è pronto per la seconda edizione. Possono candidarsi, entro il 14 settembre, persone che abbiano almeno la licenza media, un’esperienza lavorativa di almeno sei mesi, siano disoccupate da almeno 3 mesi e da meno di 3 anni e non abbiano attivi altri percorsi di inserimento lavorativo.