12 dicembre 2019
Aggiornato 04:00
il caso

FlixBus non chiuderà: «Ok, ma abbiamo bisogno di chiarezza, non di interpretazioni»

Il Governo starebbe ragionando sulla possibilità di modificare le norme della Manovrina. Ma potrebbero essere sufficienti solo le interpretazioni

Caso FlixBus
Caso FlixBus ANSA

ROMA - Non chiuderà e non c’è pericolo che chiuda. Risuonano come un eco le parole di Graziano Delrio in occasione della Relazione annuale dell’Autorità dei Trasporti presentata oggi in Parlamento, momento in cui si è affrontato senza esclusione di colpi il caso FlixBus. Una patata bollente dopo il rimpallo - e la figura non tanto carina - che si è fatta il Governo, prima concorde alla piattaforma dei bus low cost, poi in disaccordo, poi concorde e, infine, in disaccordo. Sulla questione si è espresso anche il presidente dell’Autorità Trasporti, Andrea Camanzi, che ha parlato di ‘Parlamento sovrano’ e che ‘non bisogna aver paura del nuovo’,ovviamente a favore di FlixBus.

No alle interpretazioni
Un vero e proprio paradosso italiano, quello di FlixBus, quasi una barzelletta. Il 15 giugno è passata al Senato la Manovrina introdotta dal Governo che - almeno sulla carta - limita l’operatività della piattaforma in Italia. Un blocco che arriva dopo una lunga serie di rimpalli, dove non si è mai capito davvero chi fosse a favore e chi contro. E all’incertezza delle norme e delle azioni politiche, ci si mette ora anche il ministro Delrio. Secondo quanto da lui stesso affermato, pare che il Governo stia ‘ragionando’ sulla possibilità di modificare le norme della Manovrina, ma queste operazioni potrebbero anche non essere necessarie, dato che le ‘interpretazioni possono essere sufficienti’. Interpretazioni per far sopravvivere FlixBus. Il che vuol dire tutto e niente allo stesso tempo. E rischierebbe, peraltro, di lasciare nuovamente FlixBus nell’ennesimo vuoto normativo. «Prendo le dichiarazioni di Delrio come un auspicio, ma è inutile girarci intorno - ha detto Andrea Incondi, Managing Director FlixBus Italia - la credibilità del Paese non può dipendere da interpretazioni ma deve basarsi su leggi certe e che garantiscano una reale concorrenza».

Il bisogno di chiarezza
Di fronte ai numerosi rimpalli, c’è bisogno di chiarezza: «Vorrei esprimere grande apprezzamento per le parole di Andrea Camanzi: è proprio la paura del nuovo che rischia di relegare l’Italia a fanalino di coda dell’Europa - ha detto ancora Incondi -. Per questo ci auguriamo che la politica sceglierà di muoversi nella direzione espressa oggi dall’ART. Tuttavia, la norma anti-FlixBus inserita in Manovrina parla chiaro: senza un nuovo intervento legislativo il rischio di uno stop diventa concreto». L’emendamento in questione, infatti, limita ai soli operatori del trasporto, e non quindi piattaforme digitali, l’ottenimento dell’autorizzazione a operare le tratte interregionali. E FlixBus è una piattaforma digitale che si appoggia a un partner sul territorio e non un’azienda che svolge come attività principale quella del trasporto. Un vero e proprio colpo basso. E a nulla sono servite le sentenze del TAR che rigetta i ricorsi delle società concorrenti Marozzi, Liscio e Cotrab nei confronti di FlixBus. Nè tanto meno il parere contrario espresso da Agcom nei confronti dell'emendamento.

Chi perde con le leggi anti-FlixBus

Ma la verità è che in questa ‘guerra’ giocata a colpi di manovre, emendamenti e leggi, a perderci sono quelli più piccoli, gli ‘impotenti’. Non certo solo FlixBus che, per quanto promotrice di innovazione nel Belpaese, non vedrebbe di certo finire il suo successo in tutti gli altri Paesi in cui opera. E questo perché la società di Monaco di Baviera ha fatto leva sulle ditte di trasporto già esistenti, ammettiamolo, aiutandole anche a risollevarsi. E forse nessuno si chiede cosa sarebbe successo a queste imprese se non fossero mai entrate nella rete di FlixBus: «Grazie a un modello di collaborazione unico basato sul connubio di competenze tradizionali e tecnologiche, i nostri partner, di norma piccole e medie imprese di trasporto, hanno avuto la possibilità di sbarcare su un mercato internazionale altrimenti difficilmente accessibile e diversificare il proprio business - ha continuato Andrea -. Insieme a noi, la norma, penalizza le 50 aziende italiane che con noi hanno scelto di lavorare».