14 ottobre 2019
Aggiornato 12:30
lavoro

Cosa significa ridurre il cuneo fiscale per i giovani, che è già diminuito

Il cuneo fiscale non è nient’altro che la somma delle imposte (dirette, indirette o sotto forma di contributi previdenziali) che pesano sul costo del lavoro, sia per quanto riguarda i datori di lavoro, sia per quanto riguarda i dipendenti (e i liberi professionisti). Che è già dimunuito

Vincenzo Boccia
Vincenzo Boccia ANSA

ROMA - Vent’anni perduti, andati chissà dove, a rigirarsi i pollici tra burocrazie e cultura. Dal 2000 a oggi il Pil italiano è rimasto invariato. Sono cresciuti quelli dei nostri vicini, addirittura quello della Spagna con un incremento del 27% (+21% per la Germania, +20% per la Francia). Abbiamo lo stesso reddito che avevamo nel 1998. Nonostante l’Italia stia piano piano risalendo la china, si tratta di una crescita troppo lenta che tenta di mettere a rischio il nostro Paese. Non le manda a dire Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria che, in occasione dell’assemblea annuale, ha invitato il mondo politico a procedere sulla strada delle riforme.

La disoccupazione giovanile
Il primo tema da risolvere? La disoccupazione dei giovani, una vera e propria emergenza. Come? Vincenzo Boccia propone di «azzerare il cuneo fiscale sull’assunzione dei giovani per i primi tre anni, sapendo fin d’ora che dopo dovremo ridurlo per tutti». Secondo Boccia «per costruire una società aperta e inclusiva dobbiamo cominciare dai giovani, dalle loro energie, dalla loro voglia di futuro. La poca occupazione giovanile è il nostro valore sprecato. Non possiamo rinunciare a coinvolgere i giovani, quelli che vanno a impiegare altrove le loro capacità e quelli che restano in attesa di un’occasione che non arriva. Per questo chiediamo di concentrare le risorse disponibili sull’azzeramento per tre anni del cuneo fiscale per le imprese che assumono giovani».

Cosa vuol dire azzerare il cuneo fiscale
Il cuneo fiscale non è nient’altro che la somma delle imposte (dirette, indirette o sotto forma di contributi previdenziali) che pesano sul costo del lavoro, sia per quanto riguarda i datori di lavoro, sia per quanto riguarda i dipendenti (e i liberi professionisti). In sostanza è al differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda e quanto lo stesso dipendente incassa, netto, in busta paga. E in Italia questa differenza è molto alta, di ben 10 punti. Di fatto è la più alta che si registra mediamente nel resto d’Europa. In quest’ottica, azzerare il cuneo fiscale per i primi tre anni significherebbe eliminare completamente le imposte di cui sopra. Non va meglio per i costi di adempimento degli obblighi tributari che il medio imprenditore italiano è chiamato ad affrontare: stiamo parlando di 269 ore lavorative, il 55% in più di quanto richiesto al suo competitore europeo. Dati che scattano una fotografia al limite dell’accettabile del nostro Paese, riportati dall’ultimo Rapporto 2017 della Corte dei Conti.

Non va poi tutto così male
Non bisogna, però, fare di tutta l’erba un fascio, come si suol dire. Perché negli ultimi anni la situazione è migliorata, grazie alle politiche messe in atto dal Governo Renzi. Negli ultimi 3 anni il cuneo fiscale è diminuito in misura strutturale di 13,3 miliardi di euro. Grazie all’introduzione del bonus di 80 euro, che grava sulle casse dello Stato per 8,9 miliardi l’anno, e all’eliminazione dell’Irap dal costo del lavoro dei dipendenti in forza all’azienda con un contratto a tempo indeterminato, che consente agli imprenditori di risparmiare 4,3 miliardi l’anno, il peso delle imposte e dei contributi previdenziali sul lavoro è iniziato a scendere. Secondo i dati dell’Ufficio studi della CGIA, se consideriamo anche gli sgravi contributivi introdotti per il 2015 e il 2016 dal Governo Renzi, la «sforbiciata» aumenta di altri 15 miliardi di euro.

Più spazio alle nuove generazioni
La proposta di Boccia, ovviamente non nuova al panorama politico. Già nel 2013 la legge di stabilità del Governo Letta prevedeva la riduzione del cuneo fiscale, una manovra finanziaria auspicata da diverso tempo, ma mai raggiunta del tutto. Oggi, però, le condizioni economiche e di sviluppo del nostro Paese stanno sempre più tendendo al digitale: finalmente l’Italia sta aprendo gli occhi alle nuove opportunità che la tecnologia può offrire e che possono permetterle di rilanciarsi anche sui mercati globali. A patto che i giovani scelgano di restare nella nostra nazione, senza migrare all’estero dove le condizioni lavorative sono decisamente più propizie e in molti settori. L’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro deve avvenire nel settore privato, «ma anche in quello pubblico – aggiunge il leader degli imprenditori Boccia – dove una salutare iniezione di energie fresche e professionali non può che innalzare il grado complessivo di efficienza del sistema Italia, a beneficio delle imprese e dei cittadini. Combattere con una misura forte, diretta, percepibile, la disoccupazione dei giovani vuol dire restituire il futuro a un’intera generazione, vuol dire ancorare la società italiana ai valori della democrazia e dello sviluppo. Valori non negoziabili e non sostituibili».