27 settembre 2021
Aggiornato 06:30
Relazioni USA-Cina

NATO divisa sullo scontro con la Cina: USA a mani vuote su Pechino

Se l'obiettivo della nuova amministrazione Biden era quello di compattare la Nato in vista di uno scontro con la Cina, il capo della diplomazia di Washington, Antony Blinken, non può certo ritenersi soddisfatto

NATO divisa sullo scontro con la Cina: USA a mani vuote su Pechino
NATO divisa sullo scontro con la Cina: USA a mani vuote su Pechino ANSA/EPA

Se l'obiettivo della nuova amministrazione Usa di Joe Biden era quello di compattare la Nato in vista di un duro scontro con la Cina e con altri regimi autoritari, il capo della diplomazia di Washington, Antony Blinken, non può certo ritenersi soddisfatto. La sua prima partecipazione alla ministeriale Esteri a Bruxelles si è conclusa con un risultato piuttosto magro: gli Alleati hanno riconosciuto in Pechino un attore globale in grado di porre una sfida sistemica all'intero Occidente, ma non hanno ritenuto di doversi impegnare in 'bellicose' dichiarazioni d'intenti, com'era probabilmente nelle aspettative del segretario di Stato americano e di tutta la nuova amministrazione Usa. Una differenza di vedute che la missione diplomatica statunitense ha appurato anche su altri due dossier molto caldi: le sfide poste dalla Russia, in particolare con il progetto di gasdotto Nord Stream 2, e la fine della missione Nato in Afghanistan. Maggiore apertura, Blinken ha invece potuto registrare su un tema di interesse planetario, come la lotta ai cambiamenti climatici e il loro impatto sulla salute delle persone.

Ma è sulla necessità di contrastare con fermezza «l'aggressività» cinese che si sono aperte le crepe maggiori. Dopo la missione diplomatica nell'Indo-Pacifico, che aveva l'obiettivo di rafforzare i legami con India, Giappone, Australia e Corea del Sud, il viaggio di Blinken in Europa voleva essere l'occasione per rassicurare gli alleati sul fatto che l'atlantismo rappresenta ancora un perno fondamentale della visione di Washington, a condizione di ritrovarsi tutti d'accordo su alcune questioni chiavi. In primis, appunto, l'esigenza di non concedere «alcuno sconto» a Cina e Russia. Ma già alla vigilia del vertice si era capito che non tutti avrebbero abbozzato, e così è stato, al punto che Blinken ha potuto verificare una diffusa ritrosia a convergere sulle posizioni di Washington. Con le dovute sfumature, certo - la rigidità di Berlino, le perplessità di Roma e Parigi -, ma tale da non consentire un accordo.

A Blinken non è bastata neppure la sponda iniziale del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che presentando i lavori aveva sottolineato la necessità di fare fronte comune contro «le attività destabilizzanti della Russia, la minaccia del terrorismo, gli attacchi informatici e la proliferazione nucleare, le tecnologie dirompenti, l'ascesa della Cina e l'impatto sulla sicurezza del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici». Al momento di redigere il testo delle conclusioni, infatti, la Cina è scomparsa, per lasciare posto alle minacce rappresentate da generici «poteri assertivi e autoritari» e da «attori non statali» che «sfidano l'ordine internazionale basato su regole anche attraverso minacce ibride e cibernetiche, l'uso dannoso delle nuove tecnologie, nonché altre minacce asimmetriche».

D'altra parte, ha ammesso Stoltenberg alla fine dei due giorni di lavoro, la Nato «non considera la Cina un avversario», sebbene sia consapevole del fatto che «la sua crescita ha delle conseguenze sulla sicurezza» di tutti i paesi membri dell'Alleanza. Eppure, il leader degli alleati non ha potuto fare a meno di notare che «la Cina è un Paese che non condivide i valori» degli Stati membri. «Lo possiamo vedere, ad esempio, nella sua reazione alle proteste democratiche ad Hong Kong e nella repressione delle minoranze interne», come quella musulmana degli «uiguri», ha commentato, condannando anche il suo «comportamento aggressivo» nel Mar Cinese meridionale e sottolineando, a nome dell'Alleanza, l'esigenza di estendere anche a Pechino il trattato Start sulla riduzione degli arsenali nucleari.

La Russia di Vladimir Putin, invece, è rimasta - esplicitamente citata - nel documento finale della ministeriale, come attore capace di «azioni aggressive» che «costituiscono una minaccia per la sicurezza euro-atlantica». Mosca continua il suo rafforzamento militare ad ampio raggio, dal Baltico al Mar Nero, dal Medio Oriente al Nord Africa, dal Mediterraneo all'Artico, ha ricordato Stoltenberg, spiegando che la risposta della Nato deve essere «ferma e coerente». Inoltre, ha aggiunto il leader dell'Alleanza durante la conferenza stampa di fine lavori, Mosca sta sviluppando «nuove e destabilizzanti armi nucleari». E nonostante questo, la Nato resta disponibile a tenere aperte le porte del «dialogo», fermo restando il «rammarico» per il rifiuto della Federazione russa a rispondere positivamente, ormai dall'estate del 2019, agli inviti di partecipare al Consiglio Nato-Russia.

Eppure, anche sul dossier russo, Blinken ha dovuto misurarsi con le resistenze di alcuni alleati, in particolare la Germania e il suo ministro degli Esteri Heiko Maas, soprattutto a proposito dell'inviso (agli Usa) gasdotto Nord Stream 2, a cui Berlino non vuole proprio rinunciare. L'amministrazione di Joe Biden continuerà a chiedere «sanzioni alle aziende che partecipano ai lavori di completamento del gasdotto». «Il presidente Biden è stato molto chiaro quando ha spiegato che il gasdotto Nord Stream 2 è una cattiva idea: è cattiva per l'Europa, è cattiva per gli Stati Uniti», ha ribadito Blinken in un messaggio agli Alleati, che aveva come principale destinatario la cancelleria tedesca. Maas ha ascoltato, ma non ha raccolto. E non l'ha fatto neppure durante gli incontri organizzati a latere del vertice. Al punto che lo stesso Stoltenberg non ha potuto fare a meno che confermare. Il tema del completamento del gasdotto «è stato discusso» ma «permangono differenze di vedute tra i membri dell'Alleanza», ha detto, spiegando che «non è necessario nascondere le divergenze» visto che «sono note».

Un'opposizione, quella tedesca, diventata netta anche sulla questione del ritiro delle truppe della Nato dall'Afghanistan. Nel Paese asiatico si trovano attualmente circa 9.000 soldati dell'Alleanza. Il contingente più grosso è ancora quello americano, con 2.600 uomini, e l'ex presidente Donald Trump si era impegnato a ritirarlo entro il primo maggio, sulla base di un accordo con i talebani che prevedeva la fine delle ostilità da parte dei ribelli. Le violenze in Afghanistan, però, continuano incessanti e la nuova amministrazione Usa potrebbe allungare i tempi, pur restando ferma nella convinzione di porre fine a una sanguinosa e dispendiosa missione militare iniziata nell'ormai lontano 2001. «Siamo venuti insieme e andremo via insieme», ha detto Blinken agli Alleati. «Non vogliamo rischiare che, ritirandosi troppo presto, i talebani riprendano le violenze», è stata la risposta di Maas. Insomma, un nuovo, diplomatico, diniego a piegarsi alle condizioni Usa.

E persino l'Italia, che in Afghanistan mantiene circa 800 uomini - la Germania ne ha più o meno il doppio, 1.600 -, sembra piuttosto riluttante all'idea di richiamare i soldati in Patria, almeno in questa fase. Luigi Di Maio, che è stato il primo ministro degli Esteri a incontraare Blinken a Bruxelles in una bilaterale, ha anzi confermato l'impegno italiano nel Paese asistico (e in Iraq), lasciando intendere che anche Roma ritiene che sia ancora troppo presto per parlare di un ritiro.

(articolo di Corrado Accaputo)