24 ottobre 2018
Aggiornato 03:00

Siria, Iran e Israele vicini allo scontro totale: le mosse di Putin che stanno salvando la pace globale

Putin mostra a Netanyahu la potenza militare russa sulla Piazza Rossa. Nello stesso tempo stronca le velleità di vendetta di Siria e Iran
Il presidente russo Vladimir Putin incontra a Mosca il presidente israeliano Benjamin Netanyahu
Il presidente russo Vladimir Putin incontra a Mosca il presidente israeliano Benjamin Netanyahu (EPA/SERGEI ILNITSKY)

DAMASCO - Le alture del Golan si trovano all'interno di una porzione di territorio siriana occupata illegalmente da Israele. Il territorio legalmente appartenente alla Siria, mentre de facto è occupato militarmente e amministrato da Israele che ha proceduto alla sua annessione unilaterale e non riconosciuta dalle Nazioni Unite.  Di fatto, è una conquista israeliana dopo la guerra del 1967 a seguito dell’aggressione subita dallo stato ebraico da parte di Egitto, Siria e Giordania: la famosa Guerra dei sei giorni. Al termine del conflitto, Israele aveva conquistato la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all'Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania e le alture del Golan alla Siria. Dalle alture del Golan è possibile controllare militarmente il Libano, e quindi Hezbollah, e la Siria. Questo nel caso di un conflitto classico, con l’utilizzo massiccio di artiglieria. Ma è facile comprendere come l’aspetto militare oggi sia un falso problema, completamente antistorico.

Guerra per l'acqua
Certamente, gli analisti sostengono un posizione classica: controllare le alture del Golan significa controllare la pianura desertica sottostante che si estende fino a Damasco e a Beirut, ma il vero motivo per cui gli israeliani sono sempre stati duramente contrari a trattare la restituzione di questa porzione di territorio – l’ultima che ha provato a forzare la mano è stato Barack Obama nel 2011 ed è stato sostanzialmente deriso - è un altro: l’acqua. Il Golan è il cuore del Medio Oriente, dato che chi lo controlla ha in mano la base della vita sociale ed economica dell’intera regione. Da qui partono le condotte che portano l’acqua ai campi israeliani, fondamentale settore economico del paese. Ovviamene ogni trattativa sulla restituzione delle alture, nonché sull’equa spartizione delle risorse idriche, è sempre stata boicottata. 

Attacco siriano, risposta israeliana
Questo è il contesto dove, l’altra notte, sarebbero stati sparati decine di razzi dagli iraniani. A cui, sempre secondo il governo israeliano, vi sarebbe stata una dura reazione militare che ha causato 23 morti, sempre tra i soldati iraniani che si trovano in Siria in questo momento. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito l’Iran: «Avete sorpassato la linea rossa». Il giorno successivo è volato a Mosca, dove ha assistito alla trionfale parata del Giorno della Vittoria sulla Piazza Rossa, accanto al presidente rieletto per la quarta volta Vladimir Putin. "La Siria continuerà a rafforzare le sue difese aeree, tenterà di intercettare e abbattere ogni missile sparato da Israele e a bersagliare qualsiasi velivolo che violi lo spazio aereo nazionale: non esiteremo a lanciare attacchi come rappresaglia contro le truppe israeliane in conformità con il nostro diritto di autodifesa": lo ha detto l’ambasciatore siriano in Cina Imad Moustapha. Dichiarazione che giunge a diverse ore dall’attacco israeliano e dopo l’incontro del primo ministro Netanyahu con Vladimir Putin. Incontro dove i leader hanno sicuramente affrontato il nodo della pericolosa escalation militare in Medio Oriente.

E le basi colpite?
Stessi toni arrivano dall’Iran: "Una palese violazione della sovranità" della Siria. Così il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qasemi, ha condannato gli attacchi israeliani in Siria. In questa che è la prima reazione di Teheran non si fa tuttavia alcun cenno alle basi iraniane che gli israeliani hanno detto di avere colpito. Attacchi come quelli dell'altra notte confermano "la natura egemonica del regime sionista", ha aggiunto Qasemi, citato dall'agenzia Ina. A pochi giorni quindi da un doppio attacco israeliano, che ha provocato decine di vittime tra i soldati iraniani e siriani, i toni rimangono stranamente sobri. E men che meno vengono minacciate rappresaglie che potrebbero incendiare la regione. Cosa è accaduto?

Putin, il moderatore
Con ogni probabilità l’incontro tra il primo ministro israeliano e il presidente russo è stato decisivo. Netanyahu da tempo ha chiarito che non vuole interferire sulle dinamiche politiche interne della Siria, quanto poi sia sincero non è chiaro, mentre il suo obbiettivo principale pare essersi spostato sull’Iran, di cui anela una sovversione interna. Sovversione che, per altro, non si intravede in tempi rapidi, ma che potrebbe giungere a causa della prossima crisi economica dovuta alla reiterazione delle sanzioni economiche. Ma, paradossalmente, l’attivismo israeliano sul piano militare e diplomatico – entrambi con il sostegno del governo Usa – potrebbe rivelarsi fatale. Perché l’alternativa a Rohani, come ad Assad, è data dai fanatici religiosi che imperversano nella zona. In particolare in Iran, solo pochi mesi fa una sommossa di popolo – incredibilmente scambiata per un moto di libertà in occidente – era formata da estremisti vicini all’ex presidente Ahmadinejad: ovvero l’artefice del lancio «nucleare» dell’Iran. Per altro fortemente spalleggiata dalla guida spirituale Khamenei. Il presidente Putin, al momento, appare l’unico in grado di salvare la pace in Medio Oriente. Può non piacere ma è così. 

Cosa vuole fare Putin
Putin funge da elemento di moderazione rispetto la Siria, che per altro non può fare nulla militarmente, e soprattutto verso l’Iran: che invece ha la capacità militare per incendiare la regione e, probabilmente, il mondo. Potrebbe quindi aver convinto il non alleato israeliano che entrambi i paesi, finché saranno sotto la sua influenza, non arrischieranno manovre azzardate. Anche perché, e qui torna la vecchia strategia russa della minaccia mascherata da carezza, ad intervenire nel conflitto sarebbe la Russia con i soldati di stanza in Siria e non solo. Netanyahu ha visto con i suoi occhi la potenza militare russa sfilare sulla Piazza Rossa: un'astuta mossa del presidente russo che in pochi hanno notato. Come sempre fa Valdimir Putin, tutte le volte che blandisce al contempo, velatamente, minaccia. Ma lo schema di contenimento del conflitto, in una regione che da millenni non fa altro che azzuffarsi, necessita di un rafforzamento della Russia. Anche perché altri attori in grado di tenere a bada i vari soggetti sono inesistenti. L’Europa è fuori dai giochi, gli Stati Uniti sono partigiani pro Israele in ogni caso, la Cina è lontana e disinteressata, incredula, per non parlare di Turchia e Arabia Saudita. Quanto è razionale considerare in questo contesto la Russia un avversario dell’occidente? Quanto è razionale insistere con demenziali sanzioni economiche? Quanto è strategico insistere nel vedere il presidente russo come un nazionalista aggressivo?  Sono domande a cui nessuno vuole rispondere, perché tutti conoscono la verità.