28 febbraio 2020
Aggiornato 05:30
Referendum Catalogna

Piccola provocazione: come trasformare la Catalogna in un paradiso fiscale e vincere la guerra con Madrid

Se il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont volesse imporre una resa senza condizioni alla Spagna, quindi anche al monarca, dovrebbe fare un semplice annuncio

BARCELLONA - Si dice che laddove fallisce la politica abbia successo l’economia. In nome di un sano, dogmatico, pragmatismo economico, Spagna e Catalogna potrebbero trovare quindi un accordo. Ma quale? L’economia ha come unica prospettiva far rimanere la Catalogna parte della Spagna? No: l’economia, se usata spregiudicatamente, potrebbe invece sancire l’indipendenza che una parte importante dei catalani brama da tempo. Se il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont volesse imporre una resa senza condizioni alla Spagna, quindi anche al monarca, dovrebbe fare un semplice annuncio: «Il primo articolo della nuova Costituzione Catalana prevederà l’azzeramento fiscale per tutti coloro che vorranno portare la sede delle loro attività economiche in Catalogna. Il capitale proveniente dall’estero avrà una tassazione inferiore a quella del Lussemburgo». Poi tutto il resto: la lingua, la storia, le tradizioni, la lotta per la democrazia, etc. Ma dopo, molto dopo.

Tutti sulle ramblas
A quel punto si romperebbe non solo il fronte europeo - diviso tra chi riconoscerebbe la Catalaogna dopo trenta secondi e chi attenderebbe qualche attimo in più - ma quello mondiale. Le banche, inorridite dalla barbara separazione in essere, tornerebbero in massa, seguite dalle maggiori multinazionali globali. La «legge di equilibrio di Nash» non lascia molto spazio alla fantasia in tal senso: basterebbe che una multinazionale, o uno stato, riconoscesse – per mero interesse economico – la Catalogna come paese indipendente, che tutti sarebbero costretti a farlo. Il governo spagnolo potrebbe circondare la Catalogna, mandare i soldati, mettere le tende come Goffredo di Buglione alle porte di Gerusalemme assediata: sarebbe tutto inutile perché, come noto, i capitali non devono attraversare confini fisici, basta un click. Non solo: la repressione poliziesca al momento è stato l’errore più grave commesso da Rajoy, dal re e dal governo: una recrudescenza porterebbe all’isolamento internazionale non la Catalogna, ma la Spagna.

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Fantascienza? L'Europa funziona già così
Da tempo il lampante, fulgido, esempio, di un continente fondato sulla diversità fiscale, l’Europa «unita», dà un’idea precisa dell'utilità di essere un piccolo stato: Lussemburgo, Principato di Monaco, e perfino l’Olanda sono paradisi fiscali perfettamente legali che drenano capitali non solo dai grandi stati europei, dove i cittadini sono vessati senza ricevere adeguati servizi in cambio, bensì da tutto il mondo. Il meccanismo del dumping fiscale, che favorisce l’elusione da parte dei grandi capitali che sono in grado di sfruttare le «complesse» normative dei vari staterelli, avrebbe in Catalogna la forza di provocare l’immediata simpatia del grande mondo finanziario. Il quale, da dominatore assoluto di ogni forma valoriale odierna, è disinteressato ad ogni sovrastruttura culturale. Al mondo finanziario interessa solo che i soldi generino altri soldi, e magari in un posto vicino. La Catalogna sarebbe perfetta: un bel clima, mare caldo, bellezze architettoniche, popolo simpatico e accogliente. Un vero paradiso: fiscale.

Molto meglio della City di Londra...
Molto meglio della City di Londra, alle prese con la Brexit, o di stravaganti isole centroamericane che al momento paiono sicure, ma chissà se lo saranno in futuro.
Le guerre, come ormai chiaro, non si combattono più a colpi di manovre di fanteria, e men che meno schierando i carri armati. Si combattono sul piano economico. Ed è probabilmente quello l’obbiettivo finale di Puigdemont e del movimento indipendentista catalano. Mai dichiarato, ovviamente. Certo esiste una parte importante che rivendica l’indipendenza su solide basi storiche, ma la lotta contro «il fascismo franchista», nel 2017, è molto meno comprensibile di una rivendicazione economica che renderebbe la Catalogna un sorta di Cayman sulle rive del Mediterraneo.

Struttura economica
Il reddito pro capite in Catalogna è pari a 29.817 euro, 7 mila euro in più rispetto a quello iberico. Hanno sede in Catalogna 609 mila imprese. La disoccupazione è del 13,5%, sette punti in meno rispetto il dato nazionale. Ogni anno giungono dal governo centrale 50 miliardi di euro, pari a un quarto del Pil. le banche catalane hanno in portafoglio il 40% del debito pubblico nazionale, ovvero 400 miliardi di euro. Soldi che, in caso di secessione, svanirebbero. Il ministro dell’Economia, Luis De Guindos, ex commissario Ue e quindi a conoscenza degli umori delle istituzioni europee, paventa un crollo del Pil di tutto il Paese pari anche al 30%. Con questi dati, se la guerra indipendentista catalana fosse spostata sul piano puramente dell’attrazione di capitali, per la Spagna sarebbe un bagno di sangue. E non solo per la Spagna, anche per la Francia, l’Italia, e perfino a Germania. Ma nell’impazzimento valoriale in essere, senza alcun dubbio rappresenterebbe un colpo difficilmente parabile.