Islam

Svizzera, no ai finanziamenti esteri alle moschee e ai sermoni in arabo

Stop ai finanziamenti esteri alle moschee e ai centri islamici in Svizzera e ai sermoni in arabo. E' questo il contenuto della mozione presentata dal parlamentare ticinese Lorenzo Quadri e approvata dal Parlamento svizzero

Moschea
Moschea (EPA/FEHIM DEMIR)

BERNA - Stop ai finanziamenti esteri alle moschee e ai centri islamici in Svizzera e ai sermoni in arabo. Secondo le ultime indagini giornalistiche, il governo turco finanzierebbe infatti, più o meno direttamente, ben 35 moschee nel Paese d'Oltralpe. Partendo proprio da questo assunto, il leghista e parlamentare ticinese Lorenzo Quadri ritiene che la finalità ultima di Ankara sia quella «di promuovere la diffusione in Svizzera dell'islam radicale». Per questa ragione, Quadri ha presentato una mozione che chiede, tra le altre cose, che le prediche e i sermoni degli imam siano tenuti nelle lingu locali, italiano, tedesco,francese.

Le perplessità del Consiglio federale
Il Consiglio federale ritiene tuttavia che gli strumenti legali disponibili siano sufficienti per combattere i rischi rappresentati dalle comunità e dai predicatori islamici estremisti: il governo federale, insomma, non ritiene né necessaria né sensata una limitazione massiccia dei diritti fondamentali come quella chiesta nella mozione. Al contrario, il Parlamento, pur con una maggioranza piuttosto modesta, ha sostenuto la tesi di Lorenzo Quadri. 

L'obiettivo della mozione
Obiettivo principale della mozione, quello di garantire la massima trasparenza tanto nel controllo dei contenuti delle prediche, quanto nella possibilità di tracciare i finanziamenti. Proprio su questo punto, Quadri ha ricordato che la confinante Austria ha decretato un divieto di finanziamenti esteri per luoghi di culto islamici e l'obbligo per gli imam di predicare nella lingua nazionale. In Austria e è stato possibile imporre una certa trasparenza sui finanziamenti per la comunità islamica anche perché quest'ultima è stata riconosciuta ufficialmente. Tale circostanza garantisce dunque una serie di diritti ma anche di doveri da rispettare. Ecco perché, secondo il governo federale, la mozione andava invece respinta. Ora però il testo deve passare al Consiglio degli Stati, il Senato svizzero, dove la mozione ha meno possibilità di essere accolta.