15 ottobre 2019
Aggiornato 03:00
I sondaggi lo danno vincente ad oltre il 60%

Emmanuel Macron, il candidato-banchiere travestito da «outsider»

Già consigliere economico e poi ministro dell'Economia di Francois Hollande, prima ancora banchiere d'affari, il 39enne Emmanuel Macron si è travestito da «outsider» per vincere le elezioni

PARIGI - Trentanove anni, mai eletto, «nè di destra né di sinistra»: Emmanuel Macron è considerato oggi pressoché certo di conquistare l'Eliseo - alla vigilia del ballottaggio tutti i sondaggi gli attribuivano oltre il 60% delle preferenze mentre la rivale frontista Marine Le Pen non raggiungeva il 40% - un traguardo fino a qualche mese impensabile per questo quasi neofita della politica che scommette su una profonda trasformazione del Paese, sventolando la bandiera del pragmatismo contro le false promesse.

L'exploit di Macron
Accolto inizialmente con scarsa convinzione, l'ex ministro dell'Economia del presidente socialista François Hollande (agosto 2014-2016) ha colto completamente in contropiede chi lo descriveva come una «bolla» mediatica. Approfittando dello spazio apertosi con i guai giudiziari del candidato della destra François Fillon - coinvolto in uno scandalo di presunti impieghi fittizi - e forte dell'endorsement di storici esponenti della politica d'oltralpe, in primis il centrista François Bayrou, Macron ha spiccato il volo, scalando via via i sondaggi, fino a ritrovarsi vittorioso al primo turno delle presidenziali del 23 aprile con il 24% delle preferenze. Oggi attende l'epilogo dell'aspro duello - il loro dibattito al vetriolo di tre giorni fa è stato unanimemente giudicato storico - che lo oppone da settimane alla candidata dell'estrema destra Le Pen. 

Già banchiere d'affari, ma parla di novità
Ex alto funzionario formatosi all'Ena, la scuola delle elite, poi banchiere d'affari, Macron è entrato in politica nel 2012 in veste di consigliere del presidente Hollande. Da questa esperienza all'ombra del potere, seguita da due anni da funzionario a Bercy, il ministero dell'Economia, Macron sostiene di aver tratto una lezione importante: il malfunzionamento «del sistema politico attuale». Una intuizione che ha spinto Macron - che è nato e cresciuto ad Amiens, piccola città di provincia del Nord industrializzato, in una famiglia della media borghesia - a fondare all'inizio del 2016 il suo movimento, battezzandolo En Marche! - o EM come le sue iniziali - che rivendica circa 200.000 aderenti. Poi sono seguite le dimissioni dal governo e la candidatura all'Eliseo su un programma di riforme di ispirazione social-liberale. Il suo leit-motiv: riconciliare «libertà e protezione», ovvero liberalismo in economia mitigato da una accentuata attenzione per il sociale dalla classe media a quelle più vulnerabili con l'obiettivo di offrire una chance a tutti i francesi. 

Piace agli ambienti d'affari e agli europeisti
Il suo discorso «transpartisan» piace soprattutto agli ambienti d'affari. Ma seduce meno le classi popolari o rurali, restie alla globalizzazione selvaggia e al capitalismo che Macron difende. Lui si è definito il candidato «della vera indignazione» e del "rinnovamento" contro le «solite facce» della classe politica degli ultimi 30 anni, ma è profondamente legato all'establishment da cui, di fatto, proviene. Europeista «convinto», Macron ha cercato di rafforzare la sua immagine sul piano internazionale con una trasferta in Libano a gennaio e con un incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel, a metà marzo a Berlino.

Vita pubblica e privata
Contrariamente agli avversari, non nasconde la sua vita privata e in campagna elettorale si è fatto spesso affiancare dalla moglie Brigitte, sua ex professoressa di teatro di ventiquattro anni più grande alla quale ha promesso un ruolo istituzionale ben preciso se dovesse diventare Premier dame di Francia. Nonostante la moglie, si è trovato a dover smentire pubblicamente le voci di una sua presunta omosessualità. Appassionato di filosofia e letteratura, Macron sognava di fare lo scrittore - conserva ancora nel cassetto un romanzo d'amore - ma oggi ammette che scrivere è «più duro» di fare politica. Dopo l'uscita dall'Ena nel 2004, ha collaborato con il noto economista Jacques Attali, che già mesi fa non esitava a dire di lui: «ha la stoffa di un presidente della Repubblica».