15 dicembre 2019
Aggiornato 01:00

Oggi San Pietroburgo, 13 anni fa Beslan: la strage dei bambini innocenti che la Russia non può dimenticare

Era il primo settembre 2004 quando nella cittadina dell'Ossezia del Nord un commando di terroristi prese in ostaggio oltre 1.200 persone, in un maxisequestro che terminò in un vero e proprio massacro: 333 i morti dopo tre giorni di inutili tentativi di negoziato

SAN PIETROBURGO – Oggi San Pietroburgo, ieri Beslan. Era il primo settembre 2004 quando nella cittadina dell'Ossezia del Nord un commando di terroristi prese in ostaggio oltre 1.200 persone, in un maxisequestro che terminò in un vero e proprio massacro: 333 i morti dopo tre giorni di inutili tentativi di negoziato e a conclusione di un controverso blitz delle forze di sicurezza. Tra i 318 ostaggi trucidati, 186 bambini, tutti finiti nelle mani dei terroristi nella loro scuola, la «Numero 1» di Beslan, proprio nel primo giorno di lezioni del nuovo anno accademico. Tra i terroristi c'erano anche alcune «fidanzate di Allah», le donne kamikaze cecene, spesso forzate al terrorismo dopo la morte di tutti gli uomini della famiglia di provenienza.

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Il Caucaso resta una zona esplosiva
«Il Cremlino sta facendo tutto il possibile per far sì che non si ripeta un'altra Beslan», si erano affrettati a dire alcune fonti collegate all'amministrazione presidenziale russa, con chiaro riferimento ai posti di blocchi e ai controlli a tappeto collocati nelle scuole a rischio nel Paese, in quei giorni ad altissimo valore simbolico. Oggi, come allora, non si può non notare che il commando di 32 terroristi raggiunse indisturbato la scuola di Beslan, con un carico di ordigni con cui poi fu creata una sorta di catena umana esplosiva nella palestra dell'istituto. Il Caucaso resta una zona esplosiva, e la Russia di Putin ne paga le conseguenze.

L'impegno dell'Italia
In quei tragici giorni di inizio settembre di ormai 13 anni fa, l'Italia fu la prima ad inviare aiuti a Beslan: medicinali e personale medico specializzato. La Protezione Civile ricostruì poi una scuola, inaugurata nel novembre 2006 alla presenza dell'ambasciatore a Mosca Vittorio Surdo. L'istituto ha preso il posto della «Numero 1», la scuola distrutta e rimasta in macerie come una sorta di monito e monumento alla memoria delle vittime.

Niente pena di morte
Quanto ai responsabili dell'eccidio, Mosca attribuì l'attacco al ceceno Shamil Basaiev, che in seguito rivendicò l'attentato. L'operazione, si disse, fu forse finanziata da un emissario di Al Qaeda in Cecenia: Abu Omar al-Seif. Basaiev morì nel 2006. Nel commando ci fu un solo sopravvissuto: Nurpashi Kulayev, di origine cecena, processato a Vladikavkaz, città nel sud della Russia. Il 9 febbraio 2006, il vice procuratore generale, Nikolai Shepel, chiese per lui la pena di morte. «In base ai capi di imputazione presentati - disse Shepel - chiedo alla corte di adottare misure eccezionali di condanna». La pena di morte non è stata abolita in Russia, tuttavia dal 1996, anno in cui il Paese ha aderito al Consiglio d'Europa, è in vigore una moratoria. Diversi esponenti politici russi sostennero che nel caso di Kulayev questa moratoria avrebbe dovuto essere sospesa. Ma Putin, benché il Paese intero fosse ancora scioccato dal martirio di Beslan, non volle eccezione alcuna. E per Kulayev fu solo l'ergastolo.