19 ottobre 2019
Aggiornato 16:00
Minacce sui dazi? I media cinesi ostentano tranquillità

Trump visto da Pechino: un'imprevista opportunità?

Nei confronti della Cina, Donald Trump si è mostrato tutt'altro che tenero, ventilando anche ingenti dazi. Eppure, alcuni punti del suo programma fanno gola a Pechino. Che mal sopportava Hillary

Il nuovo presidente americano Donald Trump.
Il nuovo presidente americano Donald Trump. Shutterstock

NEW YORK - Tra gli argomenti più caldi, in politica estera, della campagna elettorale di Donald Trump figuravano, non necessariamente in quest'ordine, i rapporti con la Russia e con la Cina. Una scelta per nulla casuale, tra l'altro, considerando che il gigante euroasiatico e quello dell'Estremo Oriente costituiscono, ad oggi, le due potenze che sfidano in maniera più evidente ed esplicita l'ordine mondiale voluto da Washington. E se delle possibili implicazioni di una presidenza Trump sui rapporti con Mosca abbiamo già parlato (LEGGI ANCHE «Trump sarà il Presidente del disgelo con Putin?»), neppure le relazioni con Pechino sono tema da sottovalutare. Soprattutto perché, quando i più grandi analisti internazionali paventano il pericolo di una terza guerra mondiale, tra i più agguerriti nemici degli Usa citano sempre, schierato in prima fila, il Dragone cinese.

Le minacce di Trump alla Cina
Come hanno preso, nelle terre del Sol Levante, l’elezione di Trump? Non è una domanda banale, visto che il magnate non ha mai fatto mistero di voler riequilibrare la bilancia commerciale con il gigante asiatico tassando duramente le merci cinesi con dazi pari al 45% delle importazioni dalla Cina (attualmente sono al 4,2%), e costringendo Pechino a rivalutare la sua moneta. Eppure, almeno in apparenza, la Cina non sembra essere affatto allarmata. Nonostante un provvedimento del genere, se attuato, secondo la società d'intermediazione Daiwa produrrebbe un crollo dell'87% delle esportazioni, facendo scendere la crescita cinese al 4,8%. Ma all’indomani dall’elezione del tycoon, i media online cinesi hanno sostenuto che il cambio della guardia, alla fin fine, non porterà a una rivoluzione dei rapporti bilaterali ed economici.

La tranquillità ostentata dai media cinesi
Calma e tranquillità sono state ostentate dal Dragone: il presidente cinese Xi Jinping si è detto «impaziente» di lavorare con Donald Trump «senza conflitti» e «in virtù del principio di reciproco rispetto». Il Global Times, uno dei principali organi del Partito comunista cinese, ha spiegato che «nel lungo periodo, il commercio Cina-Usa non vedrà sostanziali cambiamenti a causa delle potenziali conseguenze per le due economie». L’ambasciatore Usa in Cina Max Baucus ha profetizzato che «il Trump presidente potrebbe pensarla diversamente dal Trump candidato». Per alcuni media cinesi, la retorica di Trump potrebbe persino essere una «fonte di motivazione» per le industrie cinesi affinché aumentino l'efficienza e resistano alla pressione crescente non tanto dagli Usa, ma dai Paesi del Sud-est asiatico.

La discontinuità
Niente di cui preoccuparsi, insomma, o almeno così pare. In realtà, però, come è facile immaginare la situazione è tutt'altro che semplice. Pechino starà sicuramente considerando tutte le opzioni che un personaggio imprevedibile e sfaccettato come Donald Trump potrebbe rendere possibili di qui ai prossimi anni. Da un lato, la vittoria della discontinuità e di un Presidente che tanto chiaramente rappresenta la crisi di un modello democratico che ha arrogantemente spadroneggiato a livello globale per decenni non può che aprire scenari interessanti. Del resto, Hillary Clinton non è mai stata vista come un’amica nelle terre del Sol Levante, per le sue piccate osservazioni riguardanti tematiche come i diritti umani e l’organizzazione del sistema politico cinese.

Con Hillary Pechino non aveva un buon rapporto
Osservazioni che la Clinton – è doveroso ricordarlo – non ha mai rivolto a Paesi almeno altrettanto suscettibili di considerazioni di questo tipo, ma considerati come imperdibili alleati o addirittura finanziatori (si pensi all’Arabia Saudita) (LEGGI ANCHE «Bye-bye Hillary, neanche Goldman Sachs e l'Arabia Saudita ti hanno salvata»). Ma tant’è. Già nel 1995, durante la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino, Hillary si espresse criticamente verso la posizione cinese circa i diritti delle donne. In tempi più recenti ha nuovamente aspramente criticato l’arresto di cinque donne che promuovevano i diritti civili in Cina. Da segretario di Stato, è stata promotrice di una decisa politica di contenimento dell’espansione cinese in Asia, coniando, di fatto, la politica obamiana del «Pivot to Asia» (LEGGI ANCHE «Disastro Obama: rischia di perdere anche la partita asiatica, per la gioia di Cina e Russia»). E l’ingerenza americana (considerata tale da Pechino) nella disputa del Mar Cinese Meridionale porta non a caso la firma dell’ex segretario di Stato.

Perché alla Cina conviene Trump
In questo senso, Trump potrebbe rappresentare per Pechino l’opzione più conveniente, nonostante le dure ricette ventilate e sebbene abbia più volte accusato la Cina di essersi indebitamente appropriata di proprietà intellettuali di multinazionali americane. Rispetto alla Clinton, il tycoon è agli occhi del Dragone certamente meno propenso a entrare a gamba tesa in questioni politiche e sociali interne, e si è detto deciso a smantellare il Tpp – che, escludendoli da molti mercati, non è mai andato giù ai cinesi –; ma più di tutto, Trump ha sempre prospettato per gli Usa una politica estera votata al disimpegno e alla convivenza con le altre potenze mondiali, a meno che queste ultime non intendano ledere direttamente gli interessi americani. Una politica che lascerebbe la Cina, oltre che la Russia, libere di agire nella propria sfera di influenza, che fino ad oggi necessariamente si sovrapponeva all’enormemente estesa sfera di influenza americana.

E se Pechino avesse preferito il rischio calcolato all'imprevedibile?
E poi c’è l’altra faccia della medaglia, l’interpretazione opposta che al momento, per insufficienza di prove, é verosimile almeno quanto lo scenario appena tracciato. Pechino, cioè, potrebbe aver al contrario sperato in una vittoria di Hillary Clinton – pur candidata non ideale per i cinesi – per via della sostanziale prevedibilità delle sue mosse. Con la Clinton, cioè, la Cina ha già avuto a che fare; Pechino sapeva a grandi linee cosa aspettarsi e sarebbe stata più pronta a studiare una strategia di risposta adeguata. Trump, invece, rappresenta l’imprevedibile e l’imponderabile, tutto e il contrario di tutto. Pechino, insomma, potrebbe aver preferito il rischio certo ma calcolato del rafforzamento del Pivot to Asia firmato Hillary Clinton, all’incertezza più totale impersonata da Donald Trump.

Anche Trump causa inquietudine
Sotto questa prospettiva, l’assoluta tranquillità ostentata da media e istituzioni cinesi appare ingiustificata, se non sospetta. Come fa la Cina ad essere certa che le minacce di Donald Trump rimarranno parole? Oltretutto, lo stesso isolazionismo ventilato dal tycoon potrebbe non essere del tutto favorevole a Pechino: perché la riduzione del sostengo degli Usa agli alleati asiatici potrebbe d’altro canto creare vuoti geopolitici che la Cina non vuole o non può riempire. Soprattutto in un periodo in cui il presidente Xi Jinping sta affrontando sul piano domestico sfide economiche, sociali e politiche importanti, ed è concentrato sulla lotta di potere all’interno del Partito comunista. Insomma, dietro alla tranquillità ostentata, potrebbe serpeggiare dell’inquietudine. Che solo il tempo potrà definire lungimiranza o eccesso di zelo.