8 dicembre 2019
Aggiornato 09:30

Assange: «Hillary volle la guerra in Libia. Obama si era opposto»

L'attivista e fondatore del sito WikiLeaks, Julian Assange, ha tirato un'altra bordata contro la candidata del Partito democratico, Hillary Clinton, svelando alcuni retroscena della sua permanenza alla Casa Bianca al fianco di Barack Obama

NEW YORK – Julian Assange interviene ancora nella sfida presidenziale americana. E lo fa puntando il dito contro Hillary Clinton, che avrebbe trascinato il presidente Barack Obama nella guerra in Libia per interessi personali.

Assange: La guerra in Libia è la guerra di Hillary
Secondo Julian Assange la guerra in Libia è stata «la guerra di Hillary Clinton». Lo dice nell'intervista rilasciata a John Pilger e trasmessa da RT, network vicino al Cremlino. Assange sostiene che Barack Obama all'inizio si fosse opposto all'intervento militare, ma che la Clinton lo indusse ad agire diversamente perché «interessata alla guerra in Libia» perché avrebbe potuto sfruttare il conflitto «nella sua corsa alla presidenza». Inoltre, l'attivista di WikiLeaks sostiene che le email diffuse dal suo sito internet non provengono da hacker arruolati dal governo russo (LEGGI ANCHE "Usa 2016, come le multinazionali minacciano sia Cinton che Trump").

Il governo russo non è la fonte di WikiLeaks
In una intervista che è andata in onda sabato 5 novembre sulla rete tv Russia Today, Assange nega che Mosca - con il sostegno del candidato repubblicano Donald Trump - sia dietro l'intrusione informatica. «La campagna di Clinton è stata capace di proiettare una isteria neo-maccarthiana secondo cui la Russia è responsabile di tutto", ha dichiarato Assange. «Hillary Clinton ha dichiarato un sacco di volte, falsamente, che 17 agenzie americane d'intelligence hanno determinato che la Russia sia la fonte delle nostre pubblicazioni. Non è vero. Possiamo dire che il governo russo non è la nostra fonte».

Trump: Clinton è corrotta
Le parole di Assange contrastano con la linea adottata dall'amministrazione Obama lo scorso 8 ottobre, quando in un comunicato piuttosto insolito il segretario alla Sicurezza nazionale e il direttore dell'Intelligence nazionale hanno accusato il Cremlino di avere fatto ricorso a pirati informatici per condizionare l'esito delle elezioni americane. Sebbene Washington non abbia formalmente incolpato la Russia per l'intrusione nelle email di John Podesta, presidente della campagna elettorale di Hillary, Clinton ha accusato esplicitamente Mosca. Trump dal canto suo ha sempre sostenuto di non sapere chi ci sia dietro l'hackeraggio; ma lo ha comunque sfruttato nei suoi comizi per tornare a ribadire che la rivale Clinton è «corrotta».

Brazile e quelle domande passate alla campagna di Hillary
Le email di Podesta, la cui autenticità non è stata confermata dalla campagna della candidata democratica, hanno portato a galla parti dei discorsi lautamente pagati e tenuti da Clinton alle grandi banche di Wall Street e il cui contenuto contrasta con quanto sostenuto in campagna elettorale; in un caso aveva parlato del sogno di un «mercato comune nell'emisfero, con un commercio libero e confini aperti». Quelle email inoltre hanno mostrato come Donna Brazile - presidente ad interim del Democratic National Committee, l'organo che governa il partito democratico - avesse passato alla campagna di Clinton alcune domande in vista di un dibattito tra candidati alla nomination democratica sponsorizzato da Cnn; successivamente a questa scoperta, il canale ha ufficialmente tagliato i ponti con Brazile, che da quando era arrivata al vertice del Dnc (azzerato tra luglio e agosto scorsi per via di rivelazioni emerse grazie a WikiLeaks) aveva sospeso il suo ruolo di commentatrice.