21 giugno 2021
Aggiornato 21:00
663 miliardi di dollari all'anno in armamenti

Usa 2016, comunque vada la guerra infinita deve continuare

Teorizzata 15 anni fa da George W. Bush, la «guerra infinita», con Trump, è a rischio. E i vertici militari corrono ai ripari. Perché la guerra rimane il principale polmone dell'economia Usa

NEW YORK - Quindici anni fa fu teorizzata la «guerra infinita». Lo fece un oscuro presidente degli Stati Uniti dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle a New York, George Bush. Di lui si diceva che era manovrato dalla lobby militare del Pentagono. Dapprima fu utilizzata la locuzione «giustizia», qualcuno ricorderà. Termine presto abbandonato per il valore platealmente lisergico, che fece indignare la parte conservatrice del variegato movimento cristiano che vive nel Stati Uniti. Surrettiziamente subentrò il sostantivo  «guerra»: non è mai stato utilizzato in modo ufficiale, ma riuscì ad imporsi come senso comune. La guerra era infinita, si diceva, perché la lotta contro il terrorismo sarebbe stata lunga, asimmetrica e incerta.

Oggi sul campo di battaglia
Le nazioni coinvolte maggiormente in una guerra oggi sono: USA, Russia, Turchia, Siria, Libia, Libano, Iraq, Arabia saudita, Yemen, Italia, Francia, Gran Bretagna, Ucraina, Afghanistan, Pakistan. Una guerra asimmetrica, per molti versi inspiegabile e misteriosa, avente come vittime principali i civili, anche perché gli eserciti coinvolti si muovono prettamente utilizzando truppe speciali e aviazione. Guerra che avrebbe causato un milione di morti. Una guerra che sembra rigenerarsi da se stessa, senza ragione, e ogni volta che volge verso una momentanea situazione di pace viene riaccesa per motivi imprevedibili, spesso legati ad atavici odi religiosi e d etnici.

Guerra infinita, keynesismo infinito?
La tregua concordata tra Usa e Russia per far rifiatare Aleppo è durata due giorni. Hanno iniziato gli statunitensi a minare il cessate il fuoco con un incredibile bombardamento di una caserma dell’esercito regolare siriano. Diranno poi che si è trattato di un errore. Rattoppo peggiore del buco perché la possibilità che l’esercito più tecnologicamente avanzato del pianeta possa compiere una leggerezza di tal portata, a tregua appena incominciata, è pari a zero. Ovviamente, i siriani hanno risposto immediatamente, bombardando di notte il convoglio di aiuti umanitari diretto ad Aleppo, organizzato dalla Croce Rossa. L’esercito di Assad ha negato ogni responsabilità, sostenendo di non avere a disposizione caccia bombardieri in grado di volare di notte, e addossando la responsabilità della carneficina ai miliziani più o meno moderati che combattono contro il governo di Assad dal 2011.

In Siria (e altrove) la pace non deve esserci
Era scontato che la tregua cessasse, ma non dopo così poco tempo. Il bombardamento statunitense, plateale, delle truppe siriane vuole essere un chiaro messaggio: spazio per la pace non c’è. L’attacco arriva dopo l’accordo formale tra John Kerry e Sergey Lavrov. Quindi ai massimi livelli. La pace non deve esserci in quella zona. Si tratta quindi della deliberata scelta dei vertici militari statunitensi di boicottare ogni tentativo di raffreddamento della tensione e anzi, di innalzare il livello dello scontro.

La guerra indiretta di Usa, Russia... e Arabia saudita
La guerra che oppone i ribelli a Bashar al Assad è una guerra combattuta indirettamente tra Usa a e Russia. Non solo: l’Arabia Saudita starebbe tentando di uscire dall’angolo dove è finita, come riportato dal quotidiano Monitor. A seguito della conferenza sunnita di Grozny, l’islam wahabita è stato duramente attaccato, definito come matrice dell’estremismo islamico che imperversa nella regione. Pesanti minacce di ritorsione sono giunte da Ryad alla volta degli Imam del Cairo, visti come i traditori del salafismo e quindi del vero islam. I sauditi sono sì solidi alleati statunitensi, per i quali combattono la guerra sporca della sovrapproduzione petrolifera, ma sono sempre più mal tollerati dalla Casa Bianca. Le critiche teologiche sono poi state ritrattate, in parte, ma testimoniano l’esasperazione del mondo musulmano, e in parte anche statunitense, verso la protervia della famiglia reale saudita e dei suoi imam fanatici. Il ridimensionamento dell’Arabia saudita porterebbe ad una pacificazione del Medio Oriente? E’ però questo un auspicio comune?

Deep State contro Clinton e Trump
I falchi dell’esercito statunitense starebbero quindi fomentando la situazione militare affinché, qualunque sia il prossimo inquilino della Casa Bianca, questo non abbia velleità isolazioniste. Il messaggio riguarda in particolare Donald Trump, che più volte ha sostenuto che i guai mediorientali devono interessare soprattutto Russia e Europa: e gli Stati Uniti dovrebbero stare a casa. Un’idea per altro ripresa, in minima parte, dalla Clinton, che vede il suo rivale guadagnare consenso proprio sul terreno dell’isolazionismo economico e militare degli Usa. Prospettiva, questa, che ha un solo significato: taglio dei fondi pubblici per le forze armate.

Il primo polmone economico degli Usa è la guerra
La guerra infinita, che piaccia o no, ha rappresentato in questi anni un polmone economico senza eguali negli Stati Uniti, che, ogni anno, investono  663 miliardi di dollari in armamenti. Moltiplicate per quindici e arriverete a una cifra illeggibile. In un paese piegato dalla fuga di capitali, tutti verso oriente, si può dire che è una situazione da economia di guerra. Il messaggio pare essere stato ricevuto dal magnate in testa ai sondaggi. Nelle ultime dichiarazioni ha sostenuto: «se sarà necessario gli Stati Uniti dovranno continuare a combattere contro il terrorismo». Un cambio di posizione piuttosto netto rispetto le posizioni iniziali che prevedevano il totale abbandono del campo.