9 dicembre 2019
Aggiornato 18:30

11 settembre, le 28 pagine che inchiodano Riad e mettono in crisi Obama. Ma è davvero così?

E' stato un 11 settembre complicato per Obama, impegnato a bloccare una legge che permetterebbe di intentare cause contro Riad per complicità negli attentati. Ma è davvero così?

Il presidente Usa Barack Obama.
Il presidente Usa Barack Obama. Shutterstock

NEW YORK - E' stato un 11 settembre, per così dire, un po' stonato per il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. E non soltanto perché è stato l'ultimo come inquilino della Casa Bianca, ma soprattutto perché dietro al messaggio rivolto alla nazione, che invitava all'unità e alla difesa dei «valori americani», si celava la preoccupazione per l'autentico incubo diplomatico che gli si profila all'orizzonte. E che coinvolge uno dei principali alleati degli Usa nella regione mediorientale, nonché uno dei principali clienti dell'industria bellica americana: l'Arabia Saudita. 

La legge che può mettere in crisi i rapporti con Riad
Perché, a soli tre giorni dalle celebrazioni del quindicesimo anniversario degli attentati terroristici che cambiarono la storia del pianeta, il Congresso ha votato a favore della legge che permetterebbe ai familiari delle vittime di fare causa all'Arabia Saudita a seguito delle sue (presunte) responsabilità negli attacchi. I media americani sottolineano come, eccezionalmente e per la prima volta in tutta la presidenza di Obama, potrebbe darsi il caso che il Congresso riesca a scavalcare il veto posto sulla legge dal Presidente in persona. Un veto giustificato dalla necessità di salvaguardare i rapporti con l'alleato saudita, già in passato innervositosi nei confronti della Casa Bianca a guida Obama per importanti «differenze di vedute». Una ragione di real politik, insomma, che ha fatto infuriare non poco quella parte di opinione pubblica americana convinta che la giustizia per le vittime del più grande attentato nella storia Usa debba avere la precedenza su qualsivoglia ragione di opportunità economica e (geo)politica.

Le 28 pagine che inchiodano i Sauditi
Tanto più che, a 13 anni dalla pubblicazione dei risultati dell’inchiesta del Congresso sull’11 settembre, le tanto discusse «28 pagine» che di quell’inchiesta erano state secretate per motivi di «sicurezza nazionale» sono state rese pubbliche. Pagine dal contenuto esplosivo, che proverebbero i legami tra gli attentatori e personaggi sauditi direttamente collegati con il governo. Foreign Policy ne riporta i passaggi più interessanti: si parla ad esempio dell’implicazione di due ufficiali dell’intelligence saudita, o dei pagamenti effettuati da un membro della Famiglia Reale sul conto di Osama Bassnan, considerato uno dei finanziatori dell’attentato.

Per il capo della CIA le pagine non provano nulla
C’è da dire, in realtà, che sull’interpretazione di quelle pagine (dove peraltro persistono delle cancellature), non tutti sono concordi. Il direttore della CIA John Brennan ha ad esempio affermato, poco prima della desecretazione, di essere lieto che i documenti venissero resi pubblici perché la loro diffusione avrebbe dimostrato l'innocenza del governo saudita, «inteso come stato, istituzioni o funzionari». «Sostengo la desecretazione delle 28 pagine – ha sottolineato – così da porre fine alle illazioni sul presunto coinvolgimento saudita negli attacchi».

Supporto del Governo saudita
Nonostante le dichiarazioni del direttore della CIA, non c’è dubbio che i contenuti di quelle pagine siano davvero compromettenti. Un passo, addirittura, parlerebbe di «incontrovertibile evidenza che ci sia stato supporto a questi terroristi dall’interno del Governo saudita». Più chiaro di così. In tale prospettiva, dunque, sembrerebbe ancora più cinica la decisione di Obama di mettere il veto a una legge che dovrebbe perlomeno consentire ai parenti delle vittime di cercare giustizia.

La tesi del depistaggio
Ma c’è anche chi è convinto che la pubblicazione tardiva delle 28 pagine sia, in realtà, un tentativo di depistaggio bello e buono. Che servirebbe a coprire ciò che è realmente successo l’11 settembre 2001. Tra questi, Maurizio Blondet, portavoce di una di quelle teorie generalmente bollate come «del complotto», argomento a cui ha dedicato anche un libro dall’eloquente titolo «11 settembre: colpo di Stato in Usa». Blondet, che all’epoca dei fatti era inviato negli Usa per «Avvenire», è convinto che quanto accaduto quel giorno sia stato in realtà un vero e proprio «golpe», messo in atto dalla lobby ebraica di destra neocon con la complicità di una CIA parallela creata da George Bush senior, già a capo della CIA vera e propria e fondatore della Carlyle Group, finanziaria che compra, tra l’altro, fabbriche di armamenti in giro per il mondo e in cui figurano gli affari di ex capi di Stato e della stessa famiglia Bin Laden.

Indizi...
Naturalmente, Blondet enumera diversi «indizi» che depongono a favore della sua tesi. I punti principali li potrete leggere ben riassunti sul suo sito, ma ne vogliamo riportare uno su tutti: il fatto che Larry Silverstein, l’immobiliarista amico di Netanyhau che rilevò l’intero complesso del World Trade Center qualche mese prima della tragedia, si premurò di farlo assicurare contro il rischio di attentati con 23 compagnie di assicurazione,  per un totale di 3,55 milioni. Dopo l’attentato, incassò infine 4,577 miliardi di dollari: molto meno della somma sborsata perla rilevazione.

... e stranezze
Quanto alla lobby ebraica, Blondet ricorda che uno dei suoi organismi di influenza, il Project for a New American Century (PNAC), un anno prima dell’11 settembre emanò un documento in cui invitava il futuro presidente Usa ad attuare un vasto programma di riarmo e guerre per la democrazia, cosa che non sarebbe stata accettata dall’opinione pubblica se non grazie a un «evento catastrofico alla Pearl Harbor». Ed ecco, un anno dopo, l’11 settembre.  Blondet è inoltre convinto che nessun attentatore sarebbe stato in grado di effettuare manovre complesse come puntare le Torri Gemelle senza una collaborazione da terra: e tali manovre sarebbero invece state effettuate con un sistema capace di teleguidare da terra. Realizzato, peraltro, da una ditta posseduta da Dov Zakheim, terzo viceministro della Difesa.

Macchinazioni
In questo quadro, la desecretazione di quelle 28 pagine, che in realtà i senatori degli Stati Uniti potevano già leggere e sul cui contenuto si sussurrava già da tempo, assume un inquietante, tutto diverso significato. Forse non a caso, dunque, la tesi della responsabilità della famiglia Saud è stata consacrata ufficialmente dalla piattaforma mainstream per eccellenza, la trasmissione «60 Minutes» della CBS, dove l’ex senatore Bob Graham ha confessato in mondovisione che sì, sono stati i sauditi. Una tesi approntata proprio nel periodo in cui le relazioni con l’Arabia Saudita sono decisamente traballanti, a causa dell’accordo sul nucleare con l’Iran e della scarsa prontezza di Obama nel rovesciare Assad. Una teoria certamente complessa ed indigesta, che difficilmente sarà mai provata. Ma che getta un’ombra ancora più inquietante sull’11 settembre e su tutto ciò che ne é seguito.