10 luglio 2020
Aggiornato 15:00
Presidenziali Argentina 2015

Primo duello tv della storia per le presidenziali argentine

A meno di una settimana dal voto, Mauricio Macri e Daniel Scioli si sono affrontati senza esclusione di colpi - nonostante la personale amicizia che unisce i due candidati, entrambi di origine italiana.

BUENOS AIRES - Primo dibattito televisivo della storia fra i due sfidanti del ballottaggio per le presidenziali argentine: a meno di una settimana dal voto, Mauricio Macri e Daniel Scioli si sono affrontati senza esclusione di colpi - nonostante la personale amicizia che unisce i due candidati, entrambi di origine italiana.

Il sindaco di Buenos Aires Macri, giunto secondo al primo turno ma dato per grande favorito al ballottaggio, si è presentato come l'uomo del rinnovamento - non a caso la sua coalizione è stata battezzata «Cambiemos» - contro la «continuità» incarnata da Scioli, governatore della provincia di Buenos Aires e candidato scelto di fatto dalla presidente uscente Cristina Fernandez de Kirchner per perpetuare un controllo sulle istituzioni che dura da 13 anni.

Scioli ha ribattuto identificando il rivale con le politiche neoliberiste degli anni Novanta che hanno portato il Paese alla bancarotta del 2001 - un fronte economico e politico peraltro del quale lo stesso Scioli aveva fatto parte prima di entrare nelle fila del kirchnerismo.

Lo scenario che si prefigura al ballottaggio appare inusuale: Scioli è nominalmente il candidato superstite del peronismo, che abbraccia uno spettro politico assai ampio - dal centro destra al centro sinistra, con varie correnti unite dal mito di Juan Peron e Evita ma soprattutto da una pragmatica quanto tenace volontà di permanenza al potere - ma non è un candidato di unità.

A meno quindi che Scioli non riesca ad agglutinare il voto del peronismo dissidente - che ha ottenuto un buon 20% al primo turno - a Macrì basterà assicurarsi una parte di quel 65% dell'elettorato che ha detto no al kircherismo per approdare alla Casa Rosada.

Un esito assai probabile dato che l'impressione è che all'interno del peronismo si sia arrivati a una resa dei conti e che una parte del partito - sufficientemente consistente da decidere l'esito del voto - sia disposta a passare quattro anni all'opposizione pur di liberarsi del clan dei Kirchner.

Qualunque sia l'esito finale, è certo che il nuovo governo sarà costretto - per volontà o per forza - a cambiare l'attuale politica economica: lo stesso Scioli è di fatto schierato su posizioni assai più centriste rispetto all'attuale capo di Stato, che lo ha designato sì erede politico, ma senza alcun entusiasmo e per mancanza di alternative, marcandolo stretto durante tutta la campagna - e imponendogli il candidato alla vicepresidenza.

In particolare, dal nuovo esecutivo ci si aspettano delle misure più favorevoli ai mercati e agli investimenti esteri e, di riflesso, migliori rapporti con gli Stati Uniti e minori legami con il fronte sudamericano più legato al chavismo o alle sue varianti: Venezuela, Bolivia, Paraguay ed Ecuador, ma anche il Brasile, alle prese con una dura recessione come peraltro la stessa Argentina.

(con fonte Askanews)