21 maggio 2019
Aggiornato 03:30
La denuncia di Amnesty International

Cina, la polizia continua a praticare la tortura

La polizia cinese pratica in maniera estensiva la tortura nei centri di detenzione. L'ha riferito l'organizzazione non governativa Amnesty International, citando interviste a circa 40 avvocati, alcuni dei quali hanno rivelato di essere stati loro stessi picchiati

PECHINO - La polizia cinese pratica in maniera estensiva la tortura nei centri di detenzione. L'ha riferito l'organizzazione non governativa Amnesty International, citando interviste a circa 40 avvocati, alcuni dei quali hanno rivelato di essere stati loro stessi picchiati.

Un rapporto preoccupante
Gli arrestati vengono schiaffeggiati, presi a pugni e calci, colpiti con scarpe o bottiglie piene d'acqua. Viene loro negato il sonno e vengono bloccati a sedie in posizioni dolorose per ore («sedia della tigre»), ha affermato nel suo rapporto l'Ong. Il rapporto viene una settimana prima che il comitato anti-tortura delle Nazioni unite valutino la situazione dei diritti umani nella Repubblica popolare.

Dati ufficiali
Nel documento di Amnesty vengono citati dati ufficiali secondo i quali la magistratura cinese ha ricevuto 1.321 segnalazioni da parte di legali di detenuti denunciano confessioni estorte con la violenza dal 2008 fino al primo semestre del 2015. Solo 279 funzionari, tuttavia, sono stati condannati per tortura. «Per la polizia ottenere una confessione è il modo più semplice di assicurarsi una condanna», ha scritto Amnesty.

Prove tratte con tortura
I tribunali regolarmente ammettono le prove che sono state tratte con la tortura, accusa ancora Amnesty, citando 590 casi. La Cina, dal canto suo, sostiene di aver messo in campo misure per ridurre le confessioni estorte. Pechino ha accusa spesso Amnesty di essere «parziale» nei suo confronti. 

Riforme inutili
A giudicare dal rapporto, le riforme introdotte nel 2013, presentate dal governo di Pechino come un passo avanti nel campo dei diritti umani, hanno fatto poco o nulla per cambiare la prassi, profondamente radicata, di torturare le persone sospettate di aver commesso un reato per costringerle a confessare. 

Detenzione in località segrete
Negli ultimi due anni le autorità hanno aumentato il ricorso a una nuova forma di detenzione non comunicata all’esterno, chiamata «sorveglianza domiciliare in una località prestabilita», riconosciuta ufficialmente con l’entrata in vigore, nel 2013, del nuovo Codice di procedura penale. Secondo tale sistema, sospettati di terrorismo, gravi forme di corruzione e reati contro la sicurezza dello stato possono essere trattenute al di fuori del sistema ufficiale di detenzione in località segrete per un periodo che può arrivare fino a sei mesi, senza contatti col mondo esterno e a grave rischio di essere torturate.

Storie vere
Tang Jitian, un ex procuratore e avvocato di Pechino, ha denunciato ad Amnesty International di essere stato torturato nel marzo 2014, quando insieme a tre colleghi aveva indagato su denunce di tortura in uno dei centri di detenzione segreti (conosciuti come «celle nere») a Jiansanjiang, nella Cina nord-orientale. «Mi hanno legato a una sedia di metallo, schiaffeggiato sul volto, preso a calci sulle gambe e colpito in testa con una bottiglia di plastica piena d’acqua così duramente da perdere conoscenza» – ha raccontato. Successivamente, Tang Jitian è stato incappucciato e, con le braccia legate dietro la schiena, è stato appeso per i polsi  (come nell’illustrazione di Badiucao) e picchiato.

(Con fonte Askanews)