20 settembre 2019
Aggiornato 14:00
Accordo sul governo unitario raggiunto

Dopo l’intesa: tutte le incognite che deve affrontare la Libia (e l’Italia)

Dopo estenuanti trattative durate mesi, le delegazioni libiche hanno raggiunto un'intesa sul governo unitario. Ma la soluzione del caos è ancora ben lontana. Ecco perché

TRIPOLI – Una notizia attesa da tempo, e che l’Italia in particolare stava aspettando: le delegazioni libiche hanno raggiunto un’intesa sul nuovo governo unitario, ora al vaglio di Tobruk e Tripoli. Le estenuanti trattative sono durate mesi, e lo stallo della situazione ha fatto gridare da più parti al fallimento di Bernardino Leon, inviato speciale Onu nel Paese. L’accordo prevede la nomina di un nuovo presidente del consiglio, Fayez Serraj, membro del parlamento di Tobruk, e di tre vice premier: Ahmed Maetiq, Moussa Kony, Fathi Majbari. Eppure, tanti, troppi punti rimangono aperti sulla questione: nessuna certezza sul futuro del Paese, di fatto, è ancora possibile.

Un obiettivo troppo ambizioso?
Innanzitutto, perché l’obiettivo che si pone il testo dell’accordo è decisamente ambizioso. I quattro soggetti che assumerebbero la guida del Paese, infatti, per governare dovrebbero prendere decisioni sempre all’unanimità: e se si considera il vero e proprio caos in cui la Libia ha versato fino ad oggi, la prospettiva non è di certo a portata di mano. Quello che, in buona sostanza, dovrebbe accadere è una sorta di «inglobamento» del primo Parlamento nel secondo, che assorbirà i 40 parlamentari di Tripoli e rimarrà il principale corpo legislativo in vigore. Le decisioni più importanti richiederanno una maggioranza qualificata di 150 su 192 membri. L’intesa prevede anche la creazione di un Consiglio di Stato costituito da 90 membri provenienti dal Congresso generale nazionale e da 30 figure indipendenti. Tuttavia, la maggiore incognita sull’applicabilità dell’accordo riguarda, di fatto, la capacità dei contraenti di garantire un’effettiva rappresentatività di tutte le parti nelle istituzioni libiche. Il rischio è che la fragile intesa tra le fazioni a lungo tra loro bellicose possa sfumare da un momento all’altro di fronte alle grandi sfide che il Paese nordafricano dovrà affrontare.

E’ solo una tregua?
Uno dei maggiori elementi di instabilità è la possibile azione destabilizzante dei principali oppositori dell’accordo: da un lato, le milizie più radicali dell’Isis, dall’altro, il generale Haftar, nominato da febbraio ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore dal governo cirenaico di Tobruk, che potrebbe rifiutarsi di cedere il controllo di parte delle forze armate. Gli elementi in gioco sono tanti, troppi per cantare vittoria: non è assolutamente detto, insomma, che questo accordo sia sufficiente per porre fine al conflitto. Secondo Ugo Timballi, giornalista del Sole 24 Ore, anzi, non lo è affatto: a suo avviso, quello libico potrebbe aggiungersi alla lista dei tanti conflitti che hanno avuto periodi di tregua sul campo, per poi tornare ad inasprirsi. Un elemento dirimente potrà essere la capacità, da parte del governo libico, di disarmare i gruppi rivali presenti nel Paese. L’esecutivo, cioè, dovrà essere abbastanza influente da imporre il monopolio della forza su una realtà profondamente lacerata da rivalità interne.

Il ruolo di Roma
Eppure, è improbabile che senza il sostegno della comunità internazionale ciò possa realizzarsi. E qui si giunge all’ultima incognita della questione: il ruolo dell’Italia. Perché il nostro Paese ha più volte dichiarato la propria disponibilità ad assumere un ruolo di primo piano nella missione. Nel suo discorso all’Onu, il premier Renzi ha annunciato che l’Italia è pronta a collaborare con il governo di unità nazionale «per il meccanismo di assistenza e stabilizzazione». E’ possibile che la stessa coalizione internazionale che già cerca di fronteggiare il Califfato in Siria e Iraq assuma un simile ruolo in Libia. Eppure, la missione non sarebbe priva di insidie: gli analisti, ad esempio, mettono in guardia dalla possibilità che, in questo modo, le milizie radicali si coalizzino contro il governo e le forze occidentali. In ogni caso, per l’Italia in particolare è arrivato il momento di decidere una strategia univoca: in gioco non c’è soltanto il futuro di un Paese che rischia di lacerarsi sotto i colpi delle divisioni settarie e di finire interamente nelle mani degli estremisti; in gioco c’è anche la nostra credibilità agli occhi del mondo, e la stabilità di un’area fondamentale per i nostri interessi geopolitici.