13 novembre 2019
Aggiornato 03:30
Memoria storica

Nagasaki, un minuto lungo 70 anni

Oggi anche Nagasaki si ferma per ricordare quel 9 agosto 1945 in cui «Fat Man», la seconda bomba atomica, esplose sulla città provocando un bilancio mai definitivo di 74mila morti nell'immediato e di decenni di sofferenze per gli «hibakusha», i sopravvissuti.

NAGASAKI (askanews) - Tre giorni dopo la commemorazione per i 70 anni dal bombardamento atomico di Hiroshima, oggi anche Nagasaki si fermerà per ricordare quel 9 agosto 1945 in cui «Fat Man», la seconda bomba atomica, esplose sulla città provocando un bilancio mai definitivo di 74mila morti nell'immediato e di decenni di sofferenze per gli «hibakusha», i sopravvissuti.

Talvolta messo in ombra dalla tragedia di Hiroshima, l'olocausto atomico di Nagasaki in realtà ha un sapore particolare. Nagasaki non era una città qualunque per il Giappone. Era la sua porta sul mondo, l'unico attracco consentito alle navi occidentali anche durante il periodo del «sakoku» («paese chiuso»), cioè quel periodo storico finito nel 1854 con le «Navi nere» statunitensi che costrinsero il potere dello Shogun Tokugawa ad aprire i porti del paese. Non a caso, uno dei simboli della distruzione atomica, nella città, è la Cattedrale cattolica, vicinissima all'epicentro dell'esplosione, che fu fatta in pezzi.

Erano le 11.02 del 9 agosto quando una superfortezza volante B-29, denominata Bockscar, sganciò la seconda bomba atomica. Era un ordigno diverso da quello di Hiroshima: il primo era basato sull'uranio, il secondo sul plutonio. Come se gli americani avessero deciso di provare le due versioni.

La città, che si trova nella parte sud del Kyushu, l'isola più meridionale tra le quattro principali dell'Arcipelago, è stata in realtà particolarmente sfortunata: non era tra gli obiettivi designati, ma l'equipaggio del bombardiere si ritrovò con condizioni meteo avverse quando raggiunse il «target», che era la città industriale di Kokura. Nagasaki dal canto suo non aveva strutture militari che potessero essere considerate un bersaglio di valore. Non a caso i militari nipponici morti nel bombardamento furono solo 150.

La tempistica delle decisioni politiche che si succedettero in quei giorni, se pongono un serio dubbio sulla necessità asserita dagli americani di bombardare Hiroshima, fornisce una prova abbastanza convincente - ma non condivisa dagli storici, che ancora si dividono - dell'inutilità di Nagasaki. I giapponesi erano già crollati e, mentre la città del Kyushu veniva bombardata, nel Consiglio supremo nipponico si stava di fatto parlando dei termini della resa. Il colpo ultimo era arrivato dalla dichiarazione di guerra proclamata dall'Unione sovietica, un giorno prima del bombardamento di Nagasaki.

Ieri il New York Times ha ospitato un commento di Susan Southard in cui la versione di Washington viene discussa: «Molti americani credono alla narrativa ufficiale del loro governo: che le due bombe, lanciate in rapida successione, hanno portato alla resa del Giappone. Ma oggi si sa bene che la resa fu dovuta almeno altrettanto dalla decisione sovietica di unirsi agli alleati nella guerra contro il Giappone. Solo 11 ore prima dell bombardamento di Nagasaki, 1,5 milioni di soldati sovietici entrarono nello stato fantoccio giapponese della Manciuria, in Cina settentrionale, e attaccarono l'Armata imperiale giapponese, ormai allo stremo, su tre fronti».

Oggi Nagasaki è, come Hiroshima, una città che ha fatto della pace la sua missione. Come ogni anno, anche domani mattina - nelle prime ore del mattino in Italia - il sindaco, Tomihisa Taue, pronuncerà la dichiarazione sulla pace della città. Secondo quanto ha scritto in precedenza l'agenzia di stampa Kyodo, questa dichiarazione dovrebbe contenere un invito a una cauta discussione sulla riforma della difesa che il premier Shinzo Abe sta cercando di far passare nella Dieta, il parlamento nipponico, pur senza entrare nel dettaglio.

Per i detrattori Abe sta tentando di snaturare la Costituzione pacifista che prevede la rinuncia alla guerra e all'utilizzo di forze armate. Il governo si difende sostenendo di star promuovendo una semplice reinterpretazione dell'articolo 9 della Costituzione, la cui lettera effettivamente non verrà toccata. Come è stato a Hiroshima, Abe sarà a Nagasaki. Nella prima occasione Abe ha dimenticato di fare riferimento, nel suo discorso, ai «tre principi non nucleari», asse della politica sul nucleare bellico del Giappone: prevedono che Tokyo non produrrà, non si procurerà, non introdurrà nel territorio nazionale mai armi atomiche. Il capo del governo, dopo le critiche subite dall'opposizione, ha chiarito che li citerà nel discorso.

Per il capo del governo è un momento delicato. In caduta nei sondaggi, Abe si è impegnato in questa storica trasformazione che dovrebbe permettere alle forze nipponiche di esercitare la difesa collettiva con gli Usa - come accade per gli alleati Nato - anche alla luce della rinnovata alleanza sancita con Washington di fronte alla nuova assertività della politica cinese nei mari e l'incombente minaccia della Corea del Nord. Un paese «normale», insomma, che però ha avuto l'esperienza del tutto anormale di due bombardamenti atomici da parte degli allora nemici Stati uniti.

A Nagasaki ha annunciato la presenza anche Rose Gottemoeller, la sottosegretaria di Stato Usa al controllo delle armi. Già a Hiroshima è stata la prima esponente di alto livello dell'Amministrazione Usa a prendere parte alla commemorazione del bombardamento, dopo che l'anno scorso l'ambasciatrice Caroline Kennedy - la figlia di JFK - era stata la prima rappresentante Usa tout court a garantire la presenza. Barack Obama, il presidente, ancora non ha mostrato il suo volto in alcune delle due città, superando un'assenza che pesa nei cuori degli «hibakusha». A meno che non decida di farlo a sorpresa nell'ultimo spicchio di presidenza, cosa altamente improbabile in un'America già piombata nella campagna per le presidenziali, è stata un'occasione persa.