25 giugno 2022
Aggiornato 06:30
Emergenza immigrati

«Immigrati? Italia collabori con l'Eritrea»

Ne è convinta Bronwyn Bruton, vicepresidente dell'African Center del think tank americano Atlantic Council, ed esperta del Corno d'Africa, rientrata di recente da una visita ad Asmara: «Servono aiuti a sviluppo e investimenti»

ROMA (askanews) - «L'Italia dovrebbe impegnarsi in un rapporto di partnership costruttiva con l'Eritrea, basato su aiuti allo sviluppo e investimenti», per cercare di risolvere alla radice la questione dei flussi migratori in arrivo dal Paese del Corno d'Africa. Ne è convinta Bronwyn Bruton, vicepresidente dell'African Center del think tank americano Atlantic Council, ed esperta del Corno d'Africa, rientrata di recente da una visita ad Asmara.

Stando ai dati Onu, gli eritrei sono secondi, dopo i siriani, per numero di richieste di asilo in Europa: nel 2014 sono stati circa 37.000 quelli giunti in Italia. A spingerli alla fuga, secondo Bruton, sono sia «fattori di spinta» (push factors) che «fattori di attrazione» (pull factors). «Da una parte, le condizioni in Eritrea sono difficili - ha spiegato Bruton in un'intervista via email ad askanews - il servizio di leva obbligatorio costringe la maggioranza dei giovani eritrei in campi di lavoro a salari penosamente bassi. Molti hanno prestato servizio per anni senza prospettive di smobilitazione. Il desiderio di sfuggire a questo servizio nazionale è sicuramente il motivo per cui molti giovani fuggono dall'Eritrea».

In occasione del lancio del processo di Khartoum, lo scorso novembre a Roma, da parte degli Stati membri Ue e dei paesi di origine e di transito lungo la rotta migratoria del Corno d'Africa, Asmara si è detta pronta a mettere fine al servizio militare a tempo indefinito, ripristinando la norma che prevede una leva di 18 mesi. Un impegno ribadito nei mesi scorsi a tutte le delegazioni europee che si sono recate in visita nel Paese, ma mai dichiarato in maniera ufficiale. Asmara ha sempre giustificato la leva a tempo indefinito con la situazione di «né guerra, né pace» con l'Etiopia, dovuta alla mancata demarcazione dei confini a seguito della guerra del 1998-2000. Dal 1993, anno dell'indipendenza, il Paese è guidato dal presidente Isaias Afewerki e non si sono mai tenute elezioni.

Oltre alla leva quale fattore di spinta all'emigrazione, per Bruton agisce allo stesso tempo «anche un potente fattore di attrazione: molti Paesi europei hanno adottato una politica di riconoscimento automatico dell'asilo politico ai profughi eritrei. E sapere che gli verrà riconosciuto il diritto di vivere e lavorare in Europa incoraggia fortemente le migrazioni per motivi economici». Tanto che, secondo Bruton, «c'è la possibilità che alcuni dei profughi» che arrivano sulle coste italiane «non siano eritrei, ma migranti provenienti da altre zone» del Corno d'Africa, «specialmente dalla regione povera etiope del Tigray, con la speranza di trarre vantaggio del riconoscimento automatico dell'asilo».

Inoltre, secondo Bruton, «molti giovani eritrei non conoscono affatto le difficoltà della traversata», perchè «le informazioni, specialmente nelle zone rurali, sono limitate». «I giovani sono anche abituati ad assistere, ogni estate, al ritorno in Eritrea di persone della diaspora benestanti, che ce l'hanno fatta - ha sottolineato l'analista - questi ritorni sono considerati da molti giovani come la prova vivente del benessere e della libertà, non di povertà o di una tomba in mare, che li attendono all'estero».

Affrontare tale flusso di migranti «è estremamente difficile», ammette Bruton, ma «per quanto possibile, l'Italia dovrebbe impegnarsi in un rapporto di partnership costruttivo con l'Eritrea, basato su aiuti allo sviluppo e investimenti, per incoraggiare la revisione del programma di leva e offrire un lavoro ai giovani. Una volta ottenute prove consistenti e dimostrabili di miglioramenti sul fronte economico e su quello dei diritti umani, potrebbe essere possibile rivedere la politica dell'asilo automatico».

Di fatto, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Italia ed Eritrea avviato la scorsa estate, con la visita ad Asmara dell'ex viceministro agli Esteri Lapo Pistelli, ha permesso di recente di riavviare la cooperazione allo sviluppo, con progetti di un valore economico che entro la fine anno potrebbe aggirarsi attorno ai 3 milioni di euro. Si tratta di iniziative nel settore agricolo, attraverso la Fao, e di impegni diretti nel settore sanitario. Qualora ci fossero sviluppi positivi da parte di Asmara, l'intenzione del governo italiano sarebbe quella di lanciare il prossimo anno un programma di cooperazione più ambizioso, proprio con l'obiettivo di offrire prospettive di lavoro ai giovani e limitarne così la partenza. Oltre all'Italia, anche la Germania ha riavviato la cooperazione e l'Ue sta discutendo con Asmara un piano di aiuti da oltre 300 milioni di euro per il periodo 2014-20.

Ma per Bruton è necessario anche lanciare «programmi educativi all'interno dell'Eritrea per informare i giovani sul rischio di cadere vittime dei trafficanti di esseri umani e della enormi difficoltà della vita da profugo».

Bruton non nasconde che «può sembrare difficile immaginare il governo eritreo che tollera tali programmi, ma io credo che se l'Italia riesce ad avviare con l'Eritrea un rapporto di partnership costruttivo, centrato sul miglioramento delle condizioni economiche, Asmara darà prova di apertura».

Per l'analista americana è anche «possibile e probabile» un processo di riavvicinamento politico tra Stati Uniti ed Eritrea. «Innanzitutto, il crescente flusso di profughi dimostra che le politiche di isolamento non funzionano» e che «è il momento di adottare un nuovo approccio», ha evidenziato Bruton. E se «l'Europa ha un forte incentivo a reimpegnarsi con l'Eritrea, anche solo per ridurre gli arrivi dei profughi, gli Stati Uniti non vorranno fare la parte di chi ostacola questi sforzi».

Anche Asmara, ha concluso, «dovrebbe impegnarsi attivamente in questo processo di riconciliazione politica», dal momento che «anche il governo eritreo ha forti incentivi per mettere fine all'isolamento politico che ha vissuto finora». Un isolamento internazionale seguito alla mancata risoluzione del conflitto con l'Etiopia del 1998-2000 e alle sanzioni imposte ad Asmara nel 2009 per il suo sostegno ai jihadisti Shebab. Accusa sempre respinta dal governo eritreo.

Il mese sorso, la Commissione Onu per i diritti umani in Eritrea ha dichiarato che sono circa 5.000 le persone che scappano ogni mese dal Paese a causa di violazioni di diritti umani «sistematiche e su vasta scala», sottolineando che alcuni di questi abusi «potrebbero rappresentare crimini contro l'umanità». Nella sua risposta, Asmara ha bollato queste accuse come «totalmente infondate e prive di valore». Proprio a seguito della diffusione di questo rapporto, attivisti per i diritti umani hanno lanciato una petizione per chiedere all'Europa di vincolare gli aiuti alla richiesta del «rispetto delle libertà fondamentali e l'avvio di vere riforme democratiche».