14 giugno 2021
Aggiornato 03:30
Dopo il venerdì nero, Cameron e i suoi colleghi occidentali alla prova dei fatti

Abbattere lo Stato islamico: mission impossible?

Dopo l'attentato in Tunisia di venerdì, dove sono morti molti britannici, Cameron ha promesso una «risposta ad ampio spettro». Ma che significa concretamente? Sarà possibile sconfiggere lo Stato islamico, e soprattutto come?

LONDRA – Dopo il massacro di Sousse, David Cameron ha giurato che il Regno Unito non si «lascerà intimidire» dalla furia dei terroristi. Delle 38 vittime dell’attentato in Tunisia, infatti, almeno 15 sono britanniche. Il premier inglese ha quindi promesso una «risposta ad ampio spettro». Una risposta che potrebbe declinarsi con una stretta sul web per limitare la propaganda jihadista, e una strategia più decisa sul terreno. Secondo The Guardian, questo è il primo vero banco di prova che Cameron dovrà affrontare dopo la sua fortunata rielezione, soprattutto per quel che riguarda il progetto di legge sulle intercettazioni, definito dai suoi avversari la «carta degli spioni».

La strategia attuale non basta
Una prova difficile da vincere. Richard Kemp, ex comandante delle forze britanniche in Afghanistan, ha dichiarato al Daily Express che le forze speciali inglesi dovrebbero intervenire in Siria, Libia e Iraq per combattere i jihadisti e che la strategia aerea dell’alleanza dovrebbe essere rafforzata. Per Joseph Willits, ufficiale del Council for Arab-British Understanding, i raid aerei hanno tutte le potenzialità per mettere in difficoltà l’Isis, ma dovrebbero essere accompagnati da una strategia di incentivazione delle comunità locali a rigettare i jihadisti.

Raid inefficaci?
Sull’efficacia dei raid non tutti però sono d’accordo. Il New York Times ha ipotizzato che la «cautela» usata dagli States per timore dei «danni collaterali» abbia avvantaggiato l’Isis. Qualche esperto, addirittura, ritiene che i raid non siano l’arma giusta per colpire miliziani che viaggiano in piccoli gruppi e si disperdono facilmente sul territorio, con una guerriglia veloce e duttile. Gli Stati Uniti sostengono di aver ucciso sotto le bombe più di 10.000 miliziani in nove mesi, ma le conquiste sul terreno dell’organizzazione, come la presa di Mosul e quelle più recenti di Ramadi e Palmira, hanno dimostrato quanto lo Stato islamico sappia sfruttare a suo vantaggio le debolezze e le divisioni delle forze governative in Siria e in Iraq, nonostante le bombe. The Times ha descritto una pericolosa tattica dell'Is che usa veicoli corazzati catturati dagli americani e imbottiti di esplosivo. Un’altra strategia che rende i jihadisti pericolosi è quella dell’acqua. Secondo The Indipendent, i miliziani avrebbero chiuso una diga nell’Ovest dell’Iraq, esponendo le province del Sud al rischio di siccità e deviando il corso dell’Eufrate per indirizzare le riserve ai propri combattenti. 

Per vincere l’Is, bisogna erodere il suo potere territoriale
In più, l’appoggio della coalizione Usa alle milizie sciite che in Iraq stanno combattendo l’Isis, secondo l’ex numero uno della Cia  David Petraeus, potrebbe costituire una minaccia a lungo termine ancora più spaventosa dello Stato islamico. Esse infatti potrebbero rinfocolare le tensioni settarie che stanno sconvolgendo il Paese e che tanto stanno aiutando l’Isis nella sua avanzata; inoltre, sono accusate di aver commesso atrocità sui civili sunniti mentre, lo scorso anno, erano impegnate nella lotta contro gli estremisti. Nonostante ciò, l’Isis ha un punto forte che potrebbe diventare debole: mentre i miliziani di Al Qaeda potevano facilmente volatilizzarsi nelle loro caverne pur rimanendo una minaccia, respingere l’Isis sul territorio significherebbe, di fatto, erodere il suo potere. Il problema è che raggiungere questo obiettivo potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.