22 febbraio 2020
Aggiornato 16:30
Seconda tappa della maratona elettorale

Spagna: bipolarismo addio, al via il gioco delle alleanze

Il conservatore Partido Popular perde la maggioranza assoluta in tutte le regioni in cui governava in solitario, mentre i socialisti del Psoe limitano i danni ma non ottengono il sorpasso: tra tutti e due i maggiori partiti guadagnano poco più del 50% dei voti mentre le nuove alternative, Podemos e Ciudadanos confermano di essere forze con cui dover fare i conti.

MADRID (askanews) - La seconda tappa della maratona elettorale spagnola - che culminerà a novembre con il traguardo delle politiche - certifica che se il bipolarismo non è ancora definitivamente morto, non è certo in salute. Il conservatore Partido Popular perde la maggioranza assoluta in tutte le regioni in cui governava in solitario, mentre i socialisti del Psoe limitano i danni ma non ottengono il sorpasso: tra tutti e due i maggiori partiti guadagnano poco più del 50% dei voti mentre le nuove alternative, Podemos e Ciudadanos, non ottengono alcuna affermazione eclatante a livello regionale, ma confermano di essere forze con cui dover fare i conti, specie la prima.

Podemos infatti non sfonda (ma è solida terza forza in numerose Comunità autonome) ma nelle municipali due delle liste che la comprendevano riusciranno probabilmente a governare a Madrid e Barcellona: nella capitale la candidata del Pp Esperanza Aguirre è risultata di stretto margine la più votata, ma perde la maggioranza assoluta e un'alleanza fra Podemos e Psoe verosimilmente lascerà il Pp all'opposizione; a Barcellona la lista civica Barcelona en Comù di Ada Colau è addirittura prima davanti ai nazionalisti di CiU, e un'analoga intesa con il Psc potrebbe riportare il tradizionale equilibrio istituzionale (di norma, regione e comune - le cui sedi affacciano su lati opposti della stessa piazza - sono in mani diverse).

La tornata elettorale quindi costringerà tutti i partiti a mettere le carte in tavola e a decidere se e quali alleanze formare per ottenere delle maggioranze stabili, sapendo tuttavia che qualsiasi decisione venga presa a livello locale potrebbe avere conseguenze anche alle elezioni politiche, sebbene tradizionalmente i grandi partiti ottengano in queste ultime un consenso maggiore rispetto a formazioni regionali o settoriali. Una tradizione che tuttavia potrebbe in questo caso non venire rispettata.

Per questo motivo, per Pp e Psoe si preannuncia un difficile equilibrismo: innanzitutto, far passare il messaggio che qualsiasi accordo sarà effetto della singole situazioni locali e non di una strategia globale, almeno fino a che esisterà la convinzione di poter recuperare il terreno perduto fra i rispettivi elettorati; in secondo luogo, riuscire a coinvolgere il più possibile nel sistema i «nuovi» partiti, allo scopo di dimostrare - e in questo senso cinque mesi sono tanti - che di nuovo non hanno poi tanto e che dunque tanto vale affidarsi al proprio "usato sicuro".

Podemos e Ciudadanos (C's) da parte loro hanno difficoltà opposte: saranno per forza di cose costretti a buttarsi nell'arena, ma rischiano in tal modo di perdere la propria identità anti-sistema e dunque dovranno almeno insistere perché qualsiasi alleanza si basi sul rispetto di alcuni punti programmatici - di trasparenza istituzionale, ad esempio - cari ai rispettivi elettorati; insomma, condividere il potere senza dare l'impressione di esserne stati comprati - e quindi senza legarsi troppo le mani.

In questo scenario, la posizione migliore è forse quella del Psoe, che condivide alcuni punti con Podemos (ad esempio, le primarie obbligatorie per tutti i partiti) e può approfittare del fatto che entrambe le formazioni sono schierate a sinistra, il che facilita la possibilità di una coalizione "naturale" in molte regioni: ma d'altra parte, non può certo rischiare un'ulteriore erosione di voti dal proprio bacino, nel quale Podemos ha abbondantemente pescato. C's è tendenzialmente una formazione conservatrice, ma ha basato la propria campagna sull'essere in tal senso un alternativa al Pp, e non è escluso quindi che possa guardare con maggior favore ai socialisti come possibili interlocutori - ma difficilmente in una coalizione che comprenda anche Podemos.

Infine, il voto di Barcellona merita un capitolo a parte in quanto antipasto delle regionali che dovrebbero tenersi poco prima delle politiche e sulla base del plebiscito per l'indipendenza della regione: Barcelona en Comù, lista civica a sinistra (ma senza i socialisti) con un programma essenzialmente sociale, ha superato i nazionalisti catalani di CiU; se questo risultato dovesse effettivamente riflettere un mutamento in corso a livello regionale, per gli indipendentisti sarebbe un pessimo segnale.