31 marzo 2020
Aggiornato 04:00
Domani Obama in uno stabilimento Nike per parlare di Tpp

Un altro motivo per non sostenere il Tpp? Lo «sponsor» Nike

I critici della Trans-Pacific Partnership (Tpp) hanno trovato un nuovo punto debole per attaccare il presidente americano Barack Obama: la promozione dell'accordo da una sede Nike in Oregon, azineda da sempre simbolo di delocalizzazione e lavoro sottopagato.

NEW YORK (askanews) - I critici della Trans-Pacific Partnership (Tpp) hanno trovato un nuovo punto debole per attaccare il presidente americano Barack Obama che da mesi si batte per sostenere l'importanza strategica di un accordo sul libero scambio nel Pacifico.

Nike sotto accusa
La pietra dello scandalo questa volta è Nike, visto che Obama domani sarà in Oregon nella sede del colosso dell'abbigliamento sportivo per lanciare un nuovo appello a sostegno del Tpp. «Con meno dell'1% del suo milione di lavoratori in America, Nike esemplifica alla perfezione la perdita di lavoro negli Stati Uniti, e le paghe più basse previste se ci sarà la Trans-Pacific Partnership», ha detto Elizabeth Swager, direttore della non profit Oregon Fair Trade Campaign.

Simbolo della delocalizzazione e del lavoro sottopagato
Un abbraccio mortale quello tra Nike e Obama per i critici del Tpp, visto che il gruppo è da sempre simbolo della delocalizzazione in Asia, sottopagando i suoi lavoratori e facendo perdere migliaia di posti di lavoro agli operai americani. Nel suo impianto di Beaverton in Oregon impiega solo 8.550 impiegati, che lavorano allo sviluppo di nuovi prodotti e nel marketing. Ma la visione dell'amministrazione Obama è diametralmente opposta: per la Casa Bianca il presidente farà questa visita per «discutere di come i lavoratori potranno avere benefici da un accordo che aprirà nuovi mercati e sosterrà i lavori ad alta specializzazione sia per i piccoli produttori dell'Oregon che per colossi come Nike».

Già attaccata dagli attivisti
Questo mentre in passato proprio Nike era stata attaccata dagli attivisti per i diritti dei lavoratori per sfruttare i suoi operai, facendoli lavorare in condizioni di semischiavitù e impiegando anche minorenni nelle fabbriche che producono palloni e scarpe. Dopo una valanga di accuse (che stavano rovinando l'immagine del marchio) il colosso ha provato a cambiare le carte in tavola, avviando progetti per la creazione di posti di lavoro più dignitosi e nel rispetto delle norme internazionali. Ma questo pare non sia bastato.

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