9 dicembre 2019
Aggiornato 13:00

Ucraina, troppi ostacoli sulla strada della pace

Gli accordi di Minsk, siglati per la prima volta nel settembre 2014 e ribaditi lo scorso febbraio, appaiono sempre più fragili. Al di là del dialogo politico tra separatisti e governo di Kiev che è rimasto solo sulla carta, anche la situazione militare nelle ultime settimane ha dato segnali di degenerazione.

KIEV (askanews) - Gli accordi di Minsk, siglati per la prima volta nel settembre 2014 e ribaditi lo scorso febbraio, appaiono sempre più fragili. Al di là del dialogo politico tra separatisti e governo di Kiev che è rimasto solo sulla carta, anche la situazione militare nelle ultime settimane ha dato segnali di degenerazione e lungo tutta la linea del fronte, da Lugansk e Donetsk sino a Mariupol sul Mare d'Azov, si sono ripetuti gli scontri tra le milizie filorusse delle repubbliche popolari (dichiaratesi indipendenti l'11 maggio del 2014 dopo i referendum non riconosciuti dalla Comunità internazionale) e lo schieramento ucraino.

Un quadro variegato
Quest'ultimo è alquanto variegato e comprende l'esercito regolare e la guardia nazionale (circa 50 mila uomini a rotazione) e una dozzina di battaglioni di volontari (2-3 mila unità), assoggettati ufficialmente al ministero degli Interni o a quello della difesa. Ma il conflitto vede coinvolta tutta una galassia di milizie, unità di volontari, formazioni la cui presenza e attività non appare sempre coordinata o controllata da una sola catena di comando. Con la conseguenza di complicare ulteriormente le cose e rendere più difficile l'azione diplomatica sullo sfondo.

Molte forze si oppongono
Nel giro di un anno i leader dei combattenti nel Donbass di entrambe le parti hanno assunto su entrambe le sponde un ruolo sempre più politico e come da un lato Alexander Zakharchenko, comandante del battaglione Oplot, è diventato presidente della Repubblica di Donetsk, così dall'altro Dmitri Yarosh, icona ultranazionalista di Pravy Sektor (Settore di destra) è diventato deputato alla Rada di Kiev e consigliere del ministro della difesa ucraina Stepan Poltorak. Allo stesso tempo il quadro delle forze in campo, filorusse e ucraine, si è evoluto, anche se da una parte si è assistito alla maggiore coagulazione delle milizie anti-Kiev (circa 40 mila uomini) e dall'altra è rimasta la congenita stratificazione tra esercito, guardia nazionale e battaglioni di volontari. A complicare la cornice è il fatto che Russia e Stati Uniti sono schierati a fianco dei separatisti e del governo ucraino e offrono ai rispettivi alleati sostegno a vari livelli.

Un processo di pace accidentato
Mosca ha smentito sempre il coinvolgimento di proprie truppe regolari in Ucraina, mentre da Kiev si è sostenuto che circa 8-9 mila soldati russi siano presenti sul proprio territorio. Washington è presente con supporto logistico e addestratori, ma la Casa Bianca si è opposta per ora alle richieste ucraine per le forniture di armi letali. Il processo di pace nel Donbass dipende in sostanza dalla complicata rete di relazioni sia sul versante filorusso sia su quello filooccidentale, mentre l'eterogeneità della squadra di Kiev è un fattore di incertezza per l'Ucraina stessa.

Violato il cessate il fuoco
Se infatti le Forze armate di Novorossya, questo il nome dell'ombrello sotto il quale sono riunite le milizie di Donetsk e Lugansk, paiono essersi consolidate nella catena di comando che fa capo ai due presidenti, i rapporti fra truppe regolari e battaglioni sono sempre a rischio. Le violazioni del cessate il fuoco nel Donbass sarebbero da addebitare da parte ucraina proprio alle unità di volontari non ancora integrate nelle strutture ufficiali. Il fatto inoltre che numerosi comandanti siano finiti in parlamento, da Yarosh ad Andrei Biletsky (Azov), da Semen Semenchenko (Donbass) a Yuri Bereza (Dnipro) mette inoltre a rischio la stabilità del governo. Complessivamente, ci sarebbero una trentina di battaglioni "privati" sul campo, in buona parte composti da volontari.

Sud-Est bollente
Sia il primo ministro Arseni Yatseniuk che il presidente Petro Poroshenko sono riusciti sino ad ora a impedire che i contrasti esplodessero, ma alla luce anche di una ripresa del conflitto nel sudest è inevitabile che prima o poi le corde che tengono insieme moderati e ultranazionalisti si spezzino in maniera definitiva. Il ruolo nel conflitto di alcuni battaglioni filogovernativi, come Azov e Aidar, è stato criticato da Amnesty International e Human Rights Watch per i casi ripetuti di violazioni dei diritti umani e crimini di guerra ed ha gettato di riflesso un'ombra sul governo, a partire da quella ingombrante di Oleg Lyashko, leader del Partito radicale che sostiene Yatseniuk e uno dei fondatori proprio di Azov.